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Statali, Tfr congelato: fino a 46 mesi di attesa per avere la liquidazione

Lavoratori andati in pensione nel 2018 ancora non hanno ricevuto i loro soldi. Pesano i ritardi dell’Inps con le pratiche

Statali, Tfr congelato: fino a 46 mesi di attesa per avere la liquidazione
di Andrea Bassi
4 Minuti di Lettura
Mercoledì 17 Agosto 2022, 21:39 - Ultimo aggiornamento: 18 Agosto, 21:29

Roberto Martinelli è un ex dipendente del ministero della Giustizia. È andato in pensione il primo ottobre del 2018. Alla Casa Bianca c’era ancora Donald Trump, mentre Harry e Megan si scambiavano gli anelli in mondovisione, e i gilet gialli infuocavano la Francia. Di acqua sotto i ponti, insomma, ne è passata. Ma non abbastanza per Roberto, che a ben 46 mesi dal suo pensionamento, non ha ancora ricevuto nemmeno un euro della sua liquidazione.

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Quattro Pec all’Inps, e altre due del Dipartimento della Giustizia del quale era dipendente, non sono riuscite a sbloccare la situazione. Quello di Roberto non è un caso isolato. Anzi. I sindacati sono subissati di richieste di aiuto. Ivana (non tutti vogliono comparire con le generalità complete), è andata in pensione nel 2019, prima della pandemia. E ad oggi, tre anni dopo il pensionamento, non ha ricevuto ancora niente.

Salvatore, un ex dipendente del ministero delle infrastrutture, è stato più fortunato. Andato in pensione nel 2021 ha ottenuto la prima rata del trattamento di fine servizio dopo poco più di un anno e «una serie di litigi con l’Inps», come racconta. «Una dirigente scolastica nostra iscritta», racconta Marco Carlomagno, segretario generale di Fpl, «attende la liquidazione ormai da 36 mesi. L’ultima che si sono inventati all’Inps è che prima di pagarla la pensione deve diventare definitiva». E qui si apre un altro capitolo. Ai dipendenti pubblici la pensione viene liquidata in «via provvisoria» fin quando non vengono completate tutte le pratiche e i conteggi. La dirigente scolastica ha dovuto attendere tre anni che il ministero ottenesse i fondi per pagare alcuni emolumenti accessori. Senza quei pagamenti, la pensione non poteva diventare definitiva e il Tfs liquidato. Una beffa. 

«Per i dipendenti pubblici questi ritardi», dice Massimo Battaglia, segretario generale di Unsa-Confsal, «sono un danno economico enorme. Quando si lascia il lavoro, i soldi della liquidazione servono in genere per aiutare un figlio a sposarsi o a comprare casa, chiudere un mutuo, attrezzarsi insomma, per una vecchiaia serena dopo decenni passati al servizio dello Stato. Oggi con l’inflazione che corre tardare il pagamento della liquidazione significa applicare una tassa iniqua e odiosa a carico dei lavoratori pubblici». 


LE REGOLE
Le regole di pagamento del Tfr, il trattamento di fine rapporto, e del Tfs, il trattamento di fine servizio, per gli statali, prevedono che i primi 50 mila euro della liquidazione siano versati dopo 12 mesi dal pensionamento. Poi è prevista una seconda tranche dopo altri dodici mesi, sempre fino a un massimo di 50 mila euro e, nel caso ci sia ancora un importo residuo, il pagamento di quest’ultimo dopo altri dodici mesi. E questo sempre che il dipendente vada in pensione “di vecchiaia”, ossia al compimento dei 67 anni. Perché se anticipa la pensione con Quota 100, Quota 102 o Opzione Donna, deve attendere comunque i 68 anni per ottenere la prima tranche della liquidazione. Questa rateizzazione fu decisa dieci anni fa come contributo al risanamento dei conti pubblici. A questi tempi già lunghi, si stanno aggiungendo come segnalato dai sindacati, i ritardi dell’Inps nel disbrigo delle pratiche. Una situazione considerata iniqua in un periodo caratterizzato da un aumento consistente dei prezzi. Il Tfr e il Tfs pagati in ritardo, rischiano di essere pesantemente svalutati dall’inflazione. Anche l’anticipo fino a 45mila euro, introdotto dal governo Conte, sta diventando una strada “cara” per poter tamponare i pagamenti in ritardo della liquidazione. Il “rendistato”, il tasso di riferimento al quale va aggiunto lo spread dello 0,40% delle banche, è ormai arrivato all’1,5% . L’anticipo costa ormai già il 2%. E i tassi sono destinati a salire ancora.

andrea.bassi@ilmessaggero.it
 

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