La chiesa e lo sviluppo sostenibile: in principio fu il saio di Francesco

Mercoledì 30 Ottobre 2019 di FRANCA GIANSOLDATI
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Che nel mondo si stia consumando troppo non è una novità: lo dicono soprattutto gli economisti, ormai preoccupati dal livello di sostenibilita sempre più precario e dalle sempre più pressanti richieste del mercato. Immersi in società quasi bulimiche sembriamo incapaci di porci un limite. L'anno scorso il Nobel per l'Economia è andato a William Nordhaus, di Yale, e a Paul Romer, dell'universita di New York. Nell'orizzonte degli studi di entrambi c'e la sostenibilita, una parola che rimanda al pianoforte (il pedale, the sustain) che allunga le note nel tempo. Un concetto che già si faceva strada in ambito cattolico fin nel Duecento, all'epoca dei grandi pensatori medievali, ed è finito al centro dell'enciclica Laudato Sì di Papa Francesco. La sostenibilita non si raggiunge solo con scelte che rispettano le caratteristiche delle risorse disponibili l'acqua, il territorio, l'aria, il sottosuolo ma da come vengono individuate le soluzioni che andranno a generare altre risorse in un percorso virtuoso.
LA SANTA BAVARESE. Persino una santa bavarese di epoca medievale, Ildegarda da Bingen, dottore della Chiesa, ha lasciato acute analisi a proposito del rapporto tra l'essere umano e l'ambiente. Studi e analisi del genere, quindi, in ambito ecclesiale non sono una novità, almeno nella dimensione più speculativa, visto che negli ultimi otto secoli fior di filosofi, canonisti e teologi hanno discettato proprio sul rapporto tra ricchezza e beni inalienabili, i cosiddetti beni sacri, la cui gestione spettava solo al clero. Venivano distinti dai beni non sacri, di competenza invece dei laici. La definizione di inalienabilità di un bene era già chiara a partire dall'XI° secolo. La crescita culturale complessiva dell'economia e della vita dei mercati rappresentava per i pensatori medievali un punto fondamentale per il modello sociale che la società cristiana nel suo insieme andava costruendo in Europa. Si affacciava il concetto di bene comune, di circolazione della ricchezza, di produttività del denaro, si iniziava ad affrontare compiutamente il tema dei tassi di interesse. I dibattiti accademici si facevano sempre più intensi e coinvolgevano gli intellettuali di allora, francescani, domenicani e agostiniani che avevano a Bologna, Oxford, Parigi e Roma le loro scuole di riferimento. Agli inizi del Duecento viene completata la definizione della povertà, intesa come penuria o insufficienza. Si trattava di una condizione che riguardava anche il modo normativo di percepire l'organizzazione sociale. Era, per esempio, inteso come povero il sacerdote ma anche il vescovo perché per definizione i beni che amministrava non gli appartenevano individualmente visto che erano della istituzione ecclesiastica. Erano poveri però anche i contadini o i cittadini colpiti dalle carestie, i mendicanti, o l'artigiano che per circostanze della vita si ritrovava a vivere in uno standard di vita più basso del suo livello.
IL CONCETTO DI LUSSO. Bonaventura da Bagnoregio, ministro generale dei francescani dal 1257, definiva il concetto di lusso accettabile solo a seconda delle appartenenze sociali. Il superfluo, scriveva, andava rapportato al bisogno reale dei soggetti, in base a cosa facevano nella vita. La porpora, quindi, non era un bene superfluo per chi aveva ruoli di comando. Lo stesso per gioielli e abiti sfarzosi. Erano superflui solo per la maggior parte delle donne che non appartenevano al lignaggio nobile. Egidio di Lessines, Matteo d'Acquasparta, Pietro di Trabibus, Francesco da Empoli, Guglielmo Centueri sono tutti pensatori che hanno affinato lo sguardo sulle transazioni creditizie, sulla ricchezza, sulla povertà, sugli operatori economici. In quel periodo cade anche la tendenza filosofica aristotelica che distingueva tra oggetti produttivi e riproduttivi e oggetti innaturali, come per esempio la moneta, ritenuta sterile e improduttiva. Il mondo stava cambiando e si elaboravano nuovi modelli organizzativi economici.
QUEI PEZZI DI TELA RICICLATI. L'economia circolare, almeno nel suo embrione, non è affatto estranea a quel periodo nella Chiesa. Anzi. Si e recentemente scoperto che persino il saio di san Francesco era fatto di pezzi di tela diversa, riciclata, legata assieme in forma di croce. Possiamo dunque dire che nell'alto medioevo si era fatta strada una specie di economia circolare ante litteram. Ottocento anni dopo i frati di Assisi assieme a Papa Francesco - che ha dedicato ampia parte della sua Laudato Sì alla sostenibilità - stanno organizzando in Umbria una sorta di Davos cattolica. E' possibile cambiare? «La crisi attuale dimostra il fallimento dei modelli economici che hanno dominato negli ultimi decenni e prova che è ormai necessari riscrivere i manuali di economia. C'è un contesto nuovo ed è il modello dell'economia civile di mercato ciò a cui dobbiamo guardare», spiega l'economista Stefano Zamagni che assieme al collega Luigino Bruni fa parte del board scientifico che organizza l'appuntamento del 2020 al santuario di Assisi. La corrente degli economisti che ha aderito al progetto è convinta che oramai affidarsi alle sole forze del mercato si rischia di perdere tempo, anche se e proprio il mercato finanziario ad aver conquistato un immenso potere sulla vita delle popolazioni sostituendosi persino alla politica o, addirittura, alla fede. Gli economisti premiati negli ultimi anni, oltre ai macrosistemi economici, per la prima volta studiano anche la possibilità di perseguire la qualita della vita, la felicità insomma. Non a caso Nordhaus, per esempio, considera l'ambiente parte integrante del sistema economico.
RITORNO A ILDEGARDA. Per certi versi fa venire in mente quello che scriveva Sant'Ildegarda. Tutto si tiene nel ciclo della vita. Nel contesto della economia circolare viene affrontato anche lo scandalo degli sprechi alimentari. Secondo i dati della Fao (Global Food Losses and Food Waste), ogni anno vengono sprecati o perduti 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, pari a un terzo degli alimenti prodotti per il consumo umano. In Europa e in Nord America lo spreco pro capite e calcolato intorno ai 95-115 kg all'anno, mentre in Africa sub sahariana e nel Sudest asiatico ammonta a soli 6-11 kg. A questo si aggiunge che i consumatori dei paesi ricchi sprecano quasi la stessa quantita di cibo (222 milioni di tonnellate) dell'intera produzione alimentare dell'Africa sub sahariana (230 milioni di tonnellate). I numeri fanno riflettere sulla degenerazione dei paradossi. La Chiesa fa notare che per cambiare stile occorre prendere coscienza. «Se si rompe un computer e una tragedia, ma la poverta, i bisogni, i drammi di tante persone finiscono per entrare nella normalita».
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