Lucia Ronchetti, prima donna a dirigere la Biennale musicale: «Per noi compositrici ora è un'altra musica»

Lucia Ronchetti, prima donna a dirigere la Biennale musicale: «Per noi compositrici ora è un'altra musica»
di Simona Antonucci
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Sabato 1 Ottobre 2022, 15:39

«Un onore essere la prima donna a dirigere la Biennale Musica, ma spero di non essere l'ultima, solo una delle tante che si succederanno in questa posizione». Lucia Ronchetti è la compositrice romana che ha trasformato «in una festa circense, per tutti», la prestigiosa manifestazione veneziana. Dotata di un'immaginazione non convenzionale (per le sfilate di Dior a Parigi ha selezionato i canti delle donne corse ribelli), di una cultura diffusa ((ha appena finito un'opera corale sulla solitudine giovanile di Leopardi che andrà in scena a Colonia, ad aprile) e di una profonda ironia («Vivo in silenzio, davanti a un tavolino, i figli non mi ricordo più come ho avuto il tempo di crescerli»), ha rivoluzionato la rassegna, diffondendo note in tutta la laguna: nella Basilica di San Marco e in sale con pareti laser, in lettini da campo («per ascoltare le colonne sonore dei sogni») e alla radio. In 10 mila sono venuti, da ogni parte del mondo (mai visti così tanti giovani e così tanti giornalisti stranieri) ad applaudire la sua capacità di scatenare eventi popolari attorno a una musica solitamente considerata per intenditori. «Ho coinvolto compositori che cercano un rapporto diretto con il pubblico e questo messaggio è arrivato».


È partita da Roma ed è arrivata a Parigi, Berlino, Francoforte e alla Biennale di Venezia. Una passeggiata o una corsa a ostacoli?
«Una maratona. Cominciata a 3 anni. Trascorrevo le mie giornate dai vicini di casa, due anziani musicisti che vivevano in totale povertà nella periferia sud di Roma. Con sette gatti siamesi in stanze piene di vecchi strumenti mezzi rotti e di partiture ingiallite. Mi avevano informalmente adottata. Mi riempivano di amore e con loro ho sentito che la musica poteva proteggermi».

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Da cosa?
«Anche dal peso della ostilità della mia famiglia nei confronti della mia decisione di diventare un compositore».


Come è arrivata l'illuminazione?
«Da adolescente, ho per caso ascoltato a Radio3 Aura per orchestra di Maderna e ho subito cercato un maestro. Poche lezioni private con Mauro Bortolotti e sono entrata nella sua classe a Santa Cecilia».


Liceo, conservatorio: lei è un prodotto delle eccellenze della Capitale?

«Ho cominciato a Roma. Ma sono andata via. Il mio docente di Storia della Musica all'Università di Roma, Pierluigi Petrobelli, subito dopo la laurea, scrisse per me quattro lettere per farmi fuggire dall'Italia, una era per François Lesure che mi ha accolto alla Sorbonne ed è diventato il mio maestro più importante».


Dopo i successi in Laguna è di nuovo all'estero, a Berlino: che cosa l'ha allontanata di nuovo?
«Zenobia, regina di Palmira, la donna che sfidò l'impero romano, un progetto cui sto lavorando mentre sono in una villa ottocentesca, immersa in un bosco. Un sogno. Ho vinto una residenza presso il Wissenschaftskolleg zu Berlin, uno dei centri di studio più prestigiosi al mondo. Mi pagano per stare qui un anno: faccio il mio lavoro, ma interagendo con scienziati, storici, matematici. Mi sono messa in aspettativa dal conservatorio di Salerno dove insegno e mi godo quest'opportunità di arricchimento».


E le è venuta in mente Zenobia?
«In verità tutto è cominciato a Venezia, perché i programmi delle mie Biennali sono sempre intrecciati con la storia della città, dei suoi compositori e dei suoi teatri, alcuni dei quali scomparsi: luoghi quasi immaginari cui, tra l'altro, abbiamo dedicato uno spettacolo nell'ultima edizione della Biennale. In questo percorso di scoperta e ricerca ho avuto l'aiuto di due persone eccezionali, Francesco Erle e Franco Rossi, musicisti e studiosi veneziani, che mi hanno offerto questa idea. Mi faceva piacere portare in Germania un qualcosa della Laguna. E Zenobia è la protagonista della prima opera di Albinoni, compositore veneziano tra il Sei e il Settecento».


Perché se n'è innamorata?
«Era la regina di Palmira, una donna straordinaria che sfida l'impero romano, sovrana di una città poi distrutta dall'Isis. Mi ispiro a questa eroina siriana che naturalmente perde tutto, per riflettere sulla devastazione culturale che porta ogni guerra».


E che cosa ne pensa del film Tàr, storia dell'ascesa e della caduta di una donna di potere, una musicista (Cate Blanchett, Coppa Volpi a Venezia) tiranna, molestatrice fino all'autodistruzione?
«È un grandissimo film. E mi ha colpito la spirale negativa che l'avvolge fino a trascinare il suo talento in qualcosa che non genera felicità. Ma mi sono chiesta, come mai proprio una donna? Il fenomeno delle musiciste di successo è molto recente. Degli ultimi dieci anni, forse. Per arrivare hanno superato un lungo percorso, sapendo di avere poche possibilità di riuscire rispetto agli uomini. E quindi hanno una profonda onestà professionale, sono attente a non distruggere un sogno che non era così sicuro che fosse realizzabile. Molti uomini hanno fatto parlare di loro per atteggiamenti non corretti. Ma mai una donna. Le poche che riescono sono sempre sotto i riflettori, sempre a rischio di una possibile accusa».
 

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