Anna Guaita
QUEST'AMERICA di
Anna Guaita

Dizionarietto Elettorale: L' "Absentee Ballot" nell'era del covid

Martedì 8 Settembre 2020 di Anna Guaita
foto di Terry W. Sanders
NEW YORK – E’ tradizione che alla fine del week end del Labor Day, la campagna elettorale entri nella volata finale. E seguendo una tradizione inaugurata in questo blog nel 2008, da oggi comincerò a tenere un “vocabolarietto elettorale”, presentando periodicamente parole tipiche di queste elezioni, magari allargandolo a termini comunque poco noti.
 
 Cominciamo con “Absentee Ballot”.
 
“Absentee” sarebbe il voto postale concesso solo ai militari di stanza all’estero e agli elettori che siano fuori dal loro distretto per motivi di lavoro, salute o studio. Questi elettori possono votare per posta in quanto legittimamente “assenti” dal loro distretto elettorale.

Oggi, però, con l’epidemia che ancora dilaga (i contagi da coronavirus sono in aumento in 22 dei 50 Stati, il totale dei contagi accertati è di 6 milioni e 400 mila, e i decessi sono a quota 190 mila) milioni e milioni di americani vorrebbero evitare di andare ai seggi. E gli Stati hanno deciso di concedere agli elettori il permesso di chiedere la scheda via posta, riempirla e spedirla al proprio seggio. Cioé milioni di persone che non sono all’estero o in altre città voteranno come se fossero “absentee”, come una volta facevano solo i militari ecc.
 
Insomma, absentee e mail-in sono di fatto la stessa cosa.
 
 
Ultimamente però Donald Trump ha contribuito a creare sospetti non solo sulla trasparenza del voto per posta in generale ma ha anche sostenuto che esiste una differenza di affidabilità fra absentee ballot e mail-in vote. Trump difende gli absentee-ballot (che ha usato anche lui) ma condanna il voto per posta, «che – a suo giudizio - condurrà a massiccia corruzione e a frode». Diciamo subito che si tratta di due critiche infondate. Prima di tutto, come si è visto, absentee ballot e mail-in vote sono di fatto la stessa cosa, la prima limitata a un gruppo ristretto, la seconda concessa a tutta la popolazione. Poi, la stessa Fbi ha spiegato che è «praticamente impossible fare brogli su larga scala nel voto per posta».
 
Se infatti è vero che negli Usa non esiste un sistema centralizzato che regola le elezioni, ma 50 Stati con 50 regolamenti, è vero anche che esiste l’obbligo federale che ogni voto per posta porti un codice a barre che corrisponde al nome di un elettore. Quell’elettore, una volta spedito il suo voto, potrà seguirne il tragitto, proprio come si fa con un pacco spedito da Amazon, per accertarsi che arrivi a destinazione.
 
Ogni busta inoltre deve essere firmata, e la firma deve corrispondere a quella che l’elettore ha apposto a suo tempo, al momento della registrazione (negli Usa ogni individuo che ha diritto di votare deve registrarsi, chi non è registrato non compare nelle liste elettorali e non può votare).
 
Com’è facile intuire, se qualcuno volesse fare brogli abbastanza vasti da influire davvero sul risultato, dovrebbe riuscire a impadronirsi delle schede prima che gli elettori le trovino nelle loro cassette delle lettere. L’idea poi che un Paese straniero ne possa stampare milioni e spedirle non è verosimile non solo perchè non potrebbe conoscere quale codice a barre corrisponda a quale nome, ma anche perché dovrebbe conoscere e imitare milioni di firme. Per non parlare poi della complessità di stampare schede ad hoc per ogni contea. Infatti il 3 novembre non si vota solo per il presidente, ma per 435 deputati, 33 senatori e 11 governatori al livello federale, e al livello locale per i candidati alle legislature statali e ai consigli comunali, per i sindaci, gli sceriffi, i giudici, oltre a vari referendum.
 
Non c’è da stupirsi dunque se le commissioni elettorali insistono che il voto per posta è da giudicare il voto più sicuro. Difatti è adottato già da anni sia dall’Oregon che dallo Utah, uno Stato liberal e uno Stato conservatore.
 
Invece quel che preoccupa è che il presidente e il ministro della Giustizia Wiliam Barr insistano nel tentare di delegittimare il voto postale, e questo modo di parlare, ha denunciato il politologo Rick Hasen  sul New York Times, «costituisce la minaccia più grande contro l’integrità delle elezioni».

(Foto di Terry W. Sanders)
 


  Ultimo aggiornamento: 15:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA