Riccardo De Palo
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Riccardo De Palo

Van Gogh, 130 anni di arte e follia: scoperto il luogo in cui dipinse l'ultimo quadro

Martedì 28 Luglio 2020 di Riccardo De Palo
«Io sono completamente preso dall'immensa pianura con i campi di grano contro le colline, senza confini, come un mare», scriveva Vincent Van Gogh al fratello Theo, pochi giorni prima di morire, il 29 luglio di 130 anni fa. La leggenda (sfatata da studi recenti) vuole che l'ultimo suo dipinto sia Campo di grano con volo di corvi, un'opera che ha un fascino sinistro, con quel volo di uccelli neri che sbarrano la strada all'osservatore. Se si esce dal piccolo cimitero di Arles - dove l'artista è sepolto sotto una lapide semplice, accanto al fratello - a poca distanza, sulla sinistra, ci si trova di fronte lo stesso paesaggio.



«Nel mio lavoro rischio la vita, e la mia ragione vi si è consumata a metà», scrisse Van Gogh all'alba del 27 luglio, nell'ultima lettera al fratello, mercante d'arte a cui doveva tutto. È l'alba di domenica e, senza terminare il testo, l'artista ripone il foglio in tasca e va a fare colazione, come per dilazionare l'inevitabile. Sono gli ultimi istanti di una vita tormentata, rosa dalla follia e dall'indigenza, resa impossibile dai rimorsi e dal disprezzo degli altri.

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Vincent Van Gogh ha dedicato la vita a un sogno impossibile, e ha spremuto il suo talento fino a morirne: «È l'ultimo e il più grande degli impressionisti, il primo e il più grande dei fauves, ha inventato l'espressionismo ed è sul punto di rivelare al mondo l'astrattismo e l'informalismo», scrive Giordano Bruno Guerri in un saggio splendido su Van Gogh, intitolato Follia? (Bompiani, 2009).

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Pare impossibile, oggi, credere all'indifferenza, all'ostilità, alle critiche feroci che le sue opere incontrarono mentre era ancora in vita. Quando uscì dall'ospedale psichiatrico in cui si era volontariamente rinchiuso, a Saint-Rémy, lasciò alcune tele in una cassa; e il figlio del medico decise di usarle come bersaglio per giocare con un amico. Quelle opere, che oggi avrebbero un valore inestimabile, furono allineate su una scalinata, prese a sassate e poi buttate in una discarica. Fu l'ultimo oltraggio di una vita straziata.

Il 14 luglio (due settimane prima della sua morte), Vincent ritrae il municipio di Auvers decorato a festa, per la presa della Bastiglia, e regala il quadro all'oste che lo ospita nella sua locanda, monsieur Ravoux. Un giorno, alcuni anni più tardi, un americano lo comprò per venti franchi; e Ravoux scherzò in famiglia su quanto era stato stupidamente generoso, quel turista di passaggio. Oggi, lo stesso quadro figura in una collezione privata, e vale quaranta milioni di euro.

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Il 27 luglio inizia l'ultima tappa del calvario, che consegna definitivamente al regno del mito il pittore dei girasoli. Van Gogh esce dalla locanda di Auvers, senza tela né colori, con in tasca la pistola che, diceva, gli serviva per tenere lontani i corvi. Proprio quelli del suo ultimo quadro. Il sole è alto, abbacinante, la sua figura sporca e puzzolente stride con il passeggio dei paesani vestiti a festa. Contrariamente al mito romantico che lo avvolge, Van Gogh non si è ucciso in un serafico campo di grano, ma in una buca ricolma di letame; ed è morto nelle prime ore del 29 luglio, dopo giorni di tormenti. «Je m'emmerdai (mi scocciavo, ndr), l'ho fatto per il bene di tutti», disse al fratello in lacrime, prima di esalare l'ultimo respiro.

Ancora oggi, c'è chi dubita della versione ufficiale della sua morte; e c'è chi sostiene - senza alcuna prova - che non fu suicidio, bensì un omicidio. Di certo, poteva essere salvato, se il dottor Gachet, che lo seguiva (senza capirci niente) avesse fatto il suo mestiere.

In questi giorni c'è chi ha localizzato il luogo esatto di Auvers in cui fu dipinto Racines d'arbres, il dipinto che, secondo altri studiosi, fu il suo ultimo dipinto. Uno dei massimi specialisti di Van Gogh, Wouter Van der Veen, ha raccontato di avere fatto la scoperta durante il lockdown: «Ho cominciato a mettere un po' d'ordine. Qualche mese prima avevo scannerizzato vecchie cartoline postali degli anni 1900-1910 di una vecchia signora di Auvers. Sullo schermo ce n'era una con un ciclista fermo sul lato di un sentiero, oggi la rue Daubigny. Il mio sguardo è rimasto colpito da un albero con le sue radici. Avevo l'impressione di aver già visto quell'immagine».

Lo studioso si è recato sul posto, e si è reso conto che l'albero, con quelle radici, era ancora al suo posto. L'ipotesi di Van der Veen è che Van Gogh sia tornato nella sua pensioncina per depositare il quadro, prima di mettere fine ai suoi giorni.



Ecco il quadro di Van Gogh. La somiglianza, in effetti, è impressionante.




AI nostri giorni Van Gogh figura tra gli artisti più quotati, e un suo autoritratto sfiora i novanta milioni di euro; fa parte di quella ristretta schiera di grandi - come Caravaggio, Gauguin, Schiele - la cui vita maledetta ha contribuito in maniera significativa ad alimentarne la leggenda. Il primo ad accorgersi della sua statura fu lo scrittore Octave Mirbeau, che, alla sua morte, parlò di «una perdita infinitamente triste per l'arte»; agli inizi del Novecento, la collezionista Helene Kröller-Müller comprò parecchie sue tele, grazie ai consigli del critico Henk Bremmer; da allora, la sua fortuna non ha fatto altro che crescere. Moltissimi artisti si sono ispirati a lui, da Willem de Kooning a Jackson Pollock. E tutti si chiedono: come hanno fatto i critici suoi contemporanei, ad avere la vista così corta?

Per celebrare i 130 anni dalla morte, si moltiplicano le iniziative, al Van Gogh Museum di Amsterdam dove sono esposti fino al 30 agosto i suoi ritratti, e in giro per il mondo. Una mostra è stata annunciata a Padova, Van Gogh - I colori della vita, curata da Marco Goldin (al Centro San Gaetano, dal 10 ottobre all'11 aprile 2021). Sono 78 le opere dell'artista olandese, che verranno mostrate assieme ad altre di pittori del suo tempo, di Hiroshige e del grande Francis Bacon, che riprodusse, a modo suo, un quadro andato perduto durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, Il pittore sulla strada di Tarascona. Per Bacon, spiega Goldin, «Van Gogh era una figura maudit, una sorta di Rimbaud che fuggiva dal destino e dalla vita». Inevitabile provare a sfidarlo sul suo stesso terreno. Ultimo aggiornamento: 23:16 © RIPRODUZIONE RISERVATA