Arte, il "codice" Van Gogh: un libro svela il mistero di Vincent nelle lettere della sorella

Mercoledì 9 Ottobre 2019 di Laura Larcan

Davvero Van Gogh è tutto colore e follia, pennellate disperatamente deformi e incomprensione? Nella sua vita non ha venduto quasi nulla, ma oggi è uno degli artisti più desiderati e quotati (per non parlare di quanto piaccia al cinema, vedi il gioiellino di Schnabel con Willem Dafoe). È da questo dilemma che è partito lo storico dell'arte Costantino D'Orazio per indagare e svelare "Il mistero di Van Gogh", nel suo ultimo volume-giallo uscito in libreria (Sperling & Kupfer). «Possibile che tutto vada spiegato con il suo carattere e la sua pazzia? - si chiede D'Orazio - Eppure il suo uso del colore, i suoi soggetti, non sono così diversi da quelli dei suoi contemporanei, acidi quanto Gauguin, deformi quanto un certo Monet. Tant’è sono bastati pochi anni a sua cognata, la moglie del fratello Theo, a costruire un mercato per Vincent». Elementare Watson, verrebbe da dire.
 

 

Lo storico dell'arte ha indagato e scoperto un'altra possibile verità. La sua è stata un'autentica indagine ravvicinata, frutto di due anni di lavoro in cui ha letto e riletto la corrispondenza di Vincent e dei suoi familiari. Ed è in questo materiale autografo che ha scovato gli indizi chiave per arrivare a decifrare la vicenda umana e storica di Van Gogh. Come tutti i gialli che si rispettino, non si può svelare il finale («non di fantasia, ma reale», ci tiene a precisare). 

Non è nuovo a imprese letterarie di tale suggestione, D'Orazio, che ama raccontare la storia dell'arte attraverso casi, cold case, e diciamo pure "codici" di personaggi icona, come Leonardo o Caravaggio.«Mi sono dedicato soprattutto alla corrispondenza intrattenuta da Vincent con gli altri membri della famiglia Van Gogh, la sorella Willemien, la madre Anna, la cognata Johanna e, soprattutto, gli altri amici artisti - racconta D'Orazio - Questo mi ha permesso di sviluppare un punto di vista nuovo e poco studiato sulla sua personalità e la sua pittura». Prove che hanno guidato l'autore a capire chi fosse veramente Van Gogh: non un folle incapace di coltivare relazioni durature, ma un pittore concentrato sul suo lavoro, generoso, amante delle conversazioni e delle serate tra amici.

Il libro, infatti, passa per le memorie del nipote, Vincent junior, figlio di Theo. Che ha una storia bellissima e complessa. Il nome dello zio era talmente pensante, che si è sempre fatto chiamare “l’ingegnere” per distinguersi. Quando però, alla morte della madre, gli arriva l’eredità di centinaia di opere dello zio (600 quadri e almeno 1000 disegni) non può evitare di occuparsene. Cosa fa? Invece di venderli e accumulare una fortuna, li dona allo Stato Olandese. È grazie a lui se esiste il Van Gogh Museum di Amsterdam.

E scrive un diario inedito, raccontando tutte le tappe della carriera dello zio: «Io sono partito da lì - spiega D'Orazio - Ho raccontato i luoghi e i capolavori di Van Gogh attraverso gli occhi del nipote, un uomo dal carattere dolce e forte, sopravvissuto alla memoria ingombrante di suo zio e al dolore per la morte del padre Theo». Il libro è davvero un viaggio attraverso i luoghi che Vincent ha dipinto. In dodici tappe: dal Borinage a L’Aia, da Parigi alla Provenza e ritorno. Un viaggio fisico anche per l'autore, durato anni. È in questi luoghi e nelle memorie familiari che si annida il mistero di Van Gogh: «Il suo scarso successo commerciale non è dovuto alla sua personalità o al suo talento incompreso - spiega D'Orazio - Bisogna indagare i suoi rapporti familiari».

Dov'e' allora l'unicità di questo genio? Van Gogh è il primo ad aver vissuto i suoi quadri, prima di averli dipinti. «Per realizzare “I mangiatori di patate” ha abitato con la famiglia di contadini di Neunen, per tre mesi. Ha realizzato cinquanta studi di volti, ha mangiato con loro, respirato la stessa aria malsana. Non ci limitiamo, insomma, ad osservare il pasto di una famiglia, lo consumiamo con loro. Con Van Gogh, la pittura si fa materia viva».

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