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Lockdown, un piatto di pasta contro il virus: vendite su dell’11%

Lockdown, un piatto di pasta contro il virus: vendite su dell’11%
di Valeria Arnaldi
5 Minuti di Lettura
Giovedì 25 Marzo 2021, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 10:04

«La pastasciutta, per quanto gradita al palato, è una vivanda passatista perché appesantisce, abbruttisce, illude sulla sua capacità nutritiva, rende scettici, lenti, pessimisti», diceva Filippo Tommaso Marinetti, che novant’anni fa, nel 1931, ha pubblicato con Fillia “La cucina futurista”, inneggiando all’«abolizione della pastasciutta».

 
Consumi, gola e scienza, se ce ne fosse bisogno, oggi, in epoca di pandemia di Covid, raccontano tutta un’altra storia, di consumi ma anche di umore. Forse, anima. 

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Gli italiani mangiano sempre più pasta e, specie nei momenti difficili del lockdown, è proprio nel piatto, che sia di spaghetti, rigatoni o simili, che cercano - e trovano - conforto. Nell’ultimo mese, le vendite di pasta sono aumentate dell’11% a volume. Le cifre sono decisamente importanti. Unione Italiana Food, sulla base dei dati Nielsen IQ del carrello della spesa nella distribuzione organizzata nel 2021, evidenzia il passaggio da 13,1 milioni di chili a settimana, a febbraio, a 14,6 milioni di chili a settimana riscontrati, invece, negli ultimi 15 giorni. Un record dall’inizio dell’anno. Quella che potrebbe essere un’eccezione sembra farsi regola. Già nel 2020, i consumi di pasta erano aumentati del 5,5% a volume e del 10% a valore. 

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IL CALENDARIO


L’analisi dei consumi in relazione al calendario e soprattutto alle limitazioni imposte per il contenimento della pandemia traccia un profilo chiaro delle tavole degli italiani. «Si conferma anche nel 2021 la tendenza che nel 2020 ha portato 50 milioni di confezioni in più nelle dispense degli italiani - secondo Unione Italiana Food - Allora i picchi degli acquisti si erano concentrati a marzo e a ottobre-novembre, in concomitanza con i momenti più duri e incerti. E gli italiani continuano a cercarla nelle settimane di zona rossa e arancione, anche se non c’è più la corsa allo stoccaggio come nelle prime concitate fasi della pandemia». Insomma, la pasta si rivela cibo del cuore - e del conforto - degli italiani. Ora più che mai. 


«Da nostre indagini, relative al periodo del lockdown, è emerso un aumento di consumo dei comfort food, che aiutano ad alleviare emozioni negative, come solitudine, noia, frustrazione, ansia, collegate a questo periodo - dice Stefania Carnevale, esperta in psicologia e alimentazione Ordine degli Psicologi-Lazio, già docente al master di psico-nutrizione a Tor Vergata e Campus Bio-Medico - Si tratta del “mangiare emotivo”. I carboidrati, pure a livello chimico cerebrale, producono sostanze che ci danno piacere, che sono come oppioidi endogeni. Quando mangiamo, il comportamento alimentare attiva zone del nostro cervello che sono le stesse che si attivano nel rapporto sessuale».

Ai dati sulla pasta bisogna aggiungere quelli degli ingredienti per prepararla. Da un’indagine Coldiretti/Ixè relativa al 2020 emerge che il 26% delle famiglie, in questo periodo di emergenza Covid, è tornata a fare la pasta in casa. Questione di tempo libero e, soprattutto, da “ingannare”.

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LA TRADIZIONE
Sono saliti i consumi di farina, con +38%, e di uova, con +14,5%. E la “tradizione” della pasta fatta in casa è diventata quasi moda tra i giovani. Largo dunque alla pasta come passione, senza limiti di età e di competenze in cucina. E, in generale, senza confini. La pasta, infatti, nell’anno del Covid, ha registrato un incremento del 16% pure nelle esportazioni. Un altro record. Non ne è mai stata consumata tanta a livello mondiale.

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I pastai di Unione Italiana Food con «Pasta Discovery», consigliano come cucinarla al dente, consumando 80-100 litri di acqua in meno all’anno. E riducendo le spese di gas ed energia elettrica. Attenzione, però alle emozioni. «Pensiamo che mangiare sia un atto volontario, invece, molto spesso è automatico - conclude Carnevale - In questo periodo, aumenta ciò che con gli alimenti, diciamo, si può “curare”. Magari si mangia di più e male, ciò fa nascere un senso di colpa, frustrazione, e si crea un circolo vizioso che porta a mangiare di più. Non bisogna rinunciare alla dimensione di piacere associata al cibo, occorre solo capire le emozioni alla base delle scelte».

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