TERREMOTO

L'Aquila, la popolazione torna a crescere

Sabato 6 Aprile 2019 di Stefano Dascoli

L’AQUILA - No, la temuta grande fuga non c’è stata. E stavolta non c’è stato bisogno, come accadde nell’altro grande sisma del 1315, di presidiare la cinta muraria con le antiche baracche (le cosiddette “logge”) per bloccare l’esodo. Dopo la catastrofe del 2009 gli aquilani hanno resistito alla tentazione dell’abbandono, pur stimolata da una legge sciagurata, quella sulla cosiddetta “abitazione equivalente”, che ha permesso di vendere la propria casa distrutta al Comune per ricomprarne una in ogni dove. Oggi, dieci anno dopo, il calo demografico, che nel 2009 stava muovendo i primi passi e subito dopo il sisma si è accentuato, si è arrestato, facendo registrare, addirittura, segnali di un’inversione di rotta.

Prima del sisma del 6 aprile all’Anagrafe cittadina erano iscritti 71.850 residenti; allo scorso 31 dicembre si è arrivati a 70.197. Il saldo migratorio, brutalmente quello tra cancellati e iscritti, è tornato positivo dal 2014 e nell’ultimo anno ha fatto segnare il dato migliore dal sisma a oggi: 250 cittadini in più. Non basta questo, però, a rassicurare sulla “tenuta” del tessuto sociale. Non basta perché se i dati non hanno fatto registrare grossi scostamenti, le dinamiche abitative sono profondamente mutate. In primis la devastazione del centro storico ha costretto i circa 7.500 residenti che vi risiedevano a spostarsi, la gran parte dei quali nei 19 quartieri del Progetto Case fatti erigere dal governo Berlusconi e dalla Protezione civile di Guido Bertolaso.

Effetti che si sono avvertiti anche in periferia, dove si è passati dai 41.844 abitanti del 2009 ai 38.525 del 2016. Il terzo fattore è legato alla presenza straniera, favorita senza dubbio dalle attività della ricostruzione: prima del sisma, nel 2008, c’era già stato un raddoppio (da 1.620 unità a 3.656), con un’ulteriore crescita nel 2016 (5.199) e il dato finale dello scorso dicembre: 5.904. E’ grazie all’immigrazione che si è riusciti a compensare il saldo fortemente negativo dei residenti italiani (-231 nel 2006).

La tanto decantata resilienza aquilana poggia su un ulteriore pilastro statistico: pochi hanno deciso di cambiare città o regione, molti si sono ricollocati nei paesi limitrofi che hanno conosciuto una crescita demografica del 18% tra il 2008 e il 2017, passando da circa 12 mila abitanti a oltre 14 mila.

I NUMERI - Oggi le persone tornate a risiedere in centro sono 5.831. Si tratta, ovviamente, delle zone più “periferiche”, non del cuore più antico della città. E il dato di certo può essere condizionato da chi, pur cambiando domicilio, non ha cancellato la propria residenza. Il vero termometro della ricostruzione è, se possibile, il novero di aquilani costretto ancora a vivere nei quartieri del Progetto Case. Sono ancora seimila circa, dieci anni dopo, suddivisi nei 2.973 nuclei familiari che oggi risultano avere un contratto di assistenza legato all’emergenza 2009.

A questi si aggiungono 523 nuclei che hanno beneficiato dei vari bandi legati all’assegnazione degli alloggi via via rimasti vuoti (fragilità sociali, giovani coppie, single, forze dell’ordine) e i 134 provenienti dai terremoti di Amatrice 2016 (17) e Valle dell’Aterno 2017 (117). Oggi, insomma, il Progetto Case appare qualcosa di profondamente diverso rispetto ai primi anni dell’emergenza, quando ospitò fino a 14 mila sfollati. Un caleidoscopio di bisogni, speranze e, perché no, rassegnazione.

VITA DA NEW TOWN - Siamo tornati a Bazzano (reportage video in basso), la prima delle “piastre” edificate dopo il sisma, già a fine settembre 2009. Qui tutti ripetono che la salvezza dall’isolamento e dalla solitudine è la “Tenda amica” che funge quasi da agorà al centro dei grandi contenitori di legno e acciaio che affacciano sui monti del Velino-Sirente (ieri curiosamente imbiancati da un’improvvisa nevicata notturna). E’ qui che ogni pomeriggio i tanti anziani parlano, giocano a carte, fanno gruppo.
 


Lo dice apertamente la signora Elisa Aquilio, 88 anni portati con grande classe ed energia, che come ogni giorno aspetta i parenti seduta sulla panchina della pensilina degli autobus: «Ho un palazzo in centro, ci vorranno ancora due anni per tornare nella “mia” città. Qui si sta bene, le case sono carine, ma senza la tenda non si vedrebbe un’anima. Sarebbe una grande noia». Poco più su c’è Maria Assunta, pensionata, qui dal 2010 dopo un anno di esilio sulla costa: «Inizialmente è stato un bene pensare di tornare in città, ma poi non è stato semplice. Non conosco nessuno, tanta gente che abitava nel mio condominio non so dove sia finita». Con una prospettiva tutt’altro che rassicurante: «La mia casa, a Pettino, attende ancora che comincino i lavori». Anche lei, che pure viene dalla periferia, ha lo stesso cruccio di tutti gli aquilani: «La cosa più grave è che ancora non si riesce a tornare in centro. Il colpo d’occhio dei palazzi ristrutturati è bello, ma dietro ci sono tanti vicoli storici che avranno bisogno di anni per essere ricostruiti».

Salvatore Bitetto fa il cameriere e dice apertamente quello che tutti pensano: «Noi aquilani siamo stati fortunati. Non possiamo lamentarci per l’assistenza che abbiamo ricevuto. In queste case si sta bene». Ci sono anche Manuel (33 anni) e Giovanni: arrivano da Montereale e Campotosto, luoghi martoriati dal sisma 2017 che ancora oggi sono paesi fantasma. «Noi qui stiamo bene, ma quando rientreremo?». Ci sarà bisogno di un ragionamento approfondito per capire cosa fare, un domani, di tutte queste case. L'assessore Francesco Bignotti pensa a studentati, campus, housing sociale, ma anche senza mezzi termini «a smantellare qualche piastra inutile».

Anche chi è riuscito a tornare in centro, come Andrea Massacesi, oggi fa fatica: «E’ difficile convivere con con i cantieri di sottoservizi e ricostruzione e con la movida priva dei necessari controlli». Sono proprio i giovani a pagare un prezzo alto in termini di prospettiva: «Se la ricostruzione procede lentamente c'è il rischio di una emorragia demografica che può colpire soprattutto i giovani che scelgono spesso la strada dell'emigrazione» ha ammonito ieri il vescovo, il cardinale Giuseppe Petrocchi.

 
 

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