Il timore della diplomazia vaticana a parlare delle azioni della Turchia, Parolin evita persino di pronunciare il nome

Lunedì 3 Febbraio 2020 di Franca Giansoldati

Città del Vaticano – Diplomazia vaticana ancora una volta muta quando si tratta di affrontare la Turchia. La linea della Santa Sede in materia è sempre stata tradizionalmente piuttosto timorosa per non mettere in pericolo la piccola comunità cattolica – circa 20 mila fedeli – che vive sul territorio turco e che potrebbe subire ritorsioni da parte di Ankara. A fare emergere, per l'ennesima volta, la mancanza di libertà nell'esprimere giudizi è stata l'ultima relazione dedicata al grande tema del Mediterraneo da parte del cardinale Pietro Parolin, nella sede della Civiltà Cattolica.

Il Segretario di Stato ha affrontato nodo esplosivo di Cipro, ancora diviso in due, ha messo in evidenza la destabilizzazione in corso in Libia, ha sottolineato le dinamiche di guerra in Siria ma senza mai citare - neppure una volta - la politica estera portata avanti da Erdogan, anche se ormai viene indicata apertamente da qualsiasi osservatore internazionale piuttosto chiara ed egemonica sul Mediterraneo. Parolin si è limitato a sottolineare che nel Medio Oriente «il confronto politico si è presto incanalato verso un aspro confronto tra panarabismo e panislamismo, i cui connotati estremi emergono nella tragedia siriana». Ha dato conto che le primavere arabe si sono decinate in vario modo, facendo anche emergere nazionialismi, repressioni, tendenze panislamiste, fino al terrorismo jihadista. Poi il suo sguardo si è spostato in Egitto, in Siria, ha toccato velocemente la deportazione di Mosul «e la distruzione con bulldozer del convento siriano di Mar Elian».

Sempre in Siria, ha aggiunto, in particolare, «permane altissima la preoccupazione per la tragedia umanitaria di Idlib che ha spinto il Santo Padre a scrivere al presidente Bashar Hafez Al-Assad una lettera che porta la data del 28 giugno scorso. Papa Francesco aveva già scritto al Presidente nel dicembre del 2016 rivolgendo l'appello affinché fossero messi in salvo i civili intrappolati nella battaglia di Aleppo». Dell'ultima invasione della Turchia nella zona di confine, però nemmeno una parola.

Parolin ha infine aggiunto che nell'area di Idlib vivono più di 3 milioni di persone, di cui 1.3 milioni di sfollati interni, costretti dal lungo conflitto a trovare rifugio proprio in quella zona rimasta fuori dal controllo del Governo. Ma anche qui, delle forze in campo e delle ultime battaglie che vedono coinvolto anche l'esercito turco, nemmeno un fiato.

Infine il silenzio è calato anche sul futuro di Cipro. Parolin ha ricordato il muro di Cipro e il «conflitto congelato». Con una speranza: che i negoziati per Cipro potrebbero favorire la stabilità dell'isola ed eviterebbero che le tensioni commerciali possano aprire vecchie ferite non ancora emarginate. Ma il nome della Turchia non è mai stato pronunciato. E al momento i negoziati sono un sogno per tutti.

 

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