Salgado: «La Terra si salva solo con più alberi ma il tempo per agire sta scadendo»

Salgado: «La Terra si salva solo con più alberi ma il tempo per agire sta scadendo»
di Franca Giansoldati
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Venerdì 1 Ottobre 2021, 11:35

Uomo visionario e tenace Sebastião Salgado. La sua missione, da decenni, è salvare l'ultimo Eden rimasto, l'Amazzonia, minato da una distruzione progressiva e inarrestabile. Difendere una regione (grande quanto l'Europa) equivale ad evitare alla terra l'autodistruzione. Il grande fotografo entra di buon mattino al Maxxi e si sofferma sulle immagini pazzesche e profetiche che fanno parte di una esposizione destinata a girare per le grandi capitali.
Tra un mese si apre la COP26 a Glasgow. Cosa si aspetta da questo vertice sul clima?
«Faccio subito una premessa per sgombrare il campo da ogni equivoco: il mio lavoro non ha riferimenti di tipo politico, è una sorta di missione caratterizzata da indipendenza totale. La fotografia è però la mia vita. Nelle immagini che catturo con l'obiettivo esprimo le mie opinioni, la mia etica e, di conseguenza, cerco anche di vivere in modo coerente. Personalmente nutro una grande speranza per il summit di Glasgow che si terrà a novembre in Scozia. Mi auguro che vi siano due aspetti centrali nelle discussioni previste. Primo: la preservazione della regione amazzonica, così come la difesa delle foreste temperate del Canada, dell'Alaska, della Siberia e le grandi distese desertiche. Questo perché dobbiamo garantire tutto ciò che non abbiamo ancora distrutto. Il secondo aspetto riguarda la strategia da elaborare per curare le ferite inferte all'ecosistema. C'è il tema della riforestazione. Noi attraverso una fondazione abbiamo già piantato milioni di alberi di centinaia di specie diverse dal 1999 ad oggi. Credo che si debba fare altrettanto altrove, anche qui in Italia dove vedo avanzare soprattutto monoculture. Altrimenti si perde quella biodiversità senza la quale la vita sulla terra sarà sempre più difficile. Bisogna agire e il tempo sta scadendo».
Parliamo della Carbon Tax: lei pensa che possa davvero servire alla causa ambientale e aiutare a ridurre le emissioni di CO2 nell'atmosfera?
«Ho maturato una opinione favorevole ma ad un patto: che i cespiti raccolti vadano effettivamente a sostenere progetti rigorosi per la tutela della terra. Mi spiego: i crediti dovuti per la C02 emessa, vale a dire i proventi della tassa sulle emissioni di anidride carbonica, sono effettivamente risorse essenziali se vogliamo recuperare il nostro ecosistema iniziando a piantare foreste. Purtroppo fino ad oggi i crediti sono andati soprattutto a sostegno del settore industriale che al posto di ridurre le emissioni nocive ha incrementato la produzione. Sono convinto che gli incentivi semmai dovrebbero essere dirottati ai contadini. Va ribaltata l'impostazione che predomina oggi, ecco perché a Glasgow non dovrebbero essere invitati solo i rappresentanti del mondo imprenditoriale o finanziario ma anche i contadini e i coltivatori. Aggiustare il pianeta significa agire concretamente con progetti locali, diffusi, controllabili. Piantare gli alberi resta fondamentale. Lo ripeto in continuazione poiché gli alberi rappresentano l'unico strumento per trasformare la CO2 in ossigeno. Nel legno si raccoglie il carbonio attraverso la fotosintesi. Ecco perché i crediti della Carbon Tax dovrebbero essere diretti ai contadini, altrimenti non si risolverà nulla».
Cosa dobbiamo capire qui, adesso, senza perdere altro tempo?
«Il mondo deve capire che l'Amazzonia è lo spazio più puro che abbiamo a disposizione. Una sorta di Eden. Ecologicamente incontaminato sotto il profilo ambientale ma anche sotto il profilo umano poiché vi risiede il più grande gruppo culturale del pianeta riconducibile alle nostre radici. È un miracolo vivente l'Amazzonia. Ci vivono disseminate 180 tribù che parlano 182 lingue diverse, dando vita a culture distinte. Si tratta di uno spazio essenziale: in questa macro-regione viene catturata la più grande quantità di C02 sul pianeta e vi è la più grande massa d'acqua e di umidità terrestre capace di alimentare i cosiddetti fiumi aerei. Li ho fotografati in ogni momento: sono fiumi di nuvole, un fenomeno unico incredibilmente potente. Affido al Messaggero, il quotidiano che legge il Papa ogni giorno, un messaggio carico di realismo. L'Amazzonia si può anche paragonare ad una sorta di Paradiso Terrestre con popolazioni formate da uomini e donne non toccati dal peccato originale. È il simbolo di ciò che è buono narrato nella Genesi».
Per ben dieci anni lei ha vissuto questa realtà straordinaria sia dal punto di vista naturale che umano: cosa non è riuscito ancora a raccontare con le sue foto?
«In linea generale posso dire di avere trascorso in quei luoghi inaccessibili il tempo necessario per lavorare come volevo, portando a termine 48 reportage. C'è solo un racconto che non sono riuscito a terminare per via del Covid ma sono riuscito a vedere tutto ciò che volevo».
Dopo una esperienza così intensa cosa vedono i suoi occhi che noi non riusciamo ancora a cogliere?
«La constatazione che quelle tribù siamo noi agli albori. Vivere con loro è penetrare nello sviluppo della specie umana, di quando l'homo sapiens è entrato nel continente americano 20 mila anni fa attraverso lo Stretto di Bering, dopo la glaciazione. E quando i portoghesi e gli spagnoli scoprirono le Americhe incontrarono la nostra progenie trovandosi di fronte alla preistoria della umanità. Tenendo presente che ancora oggi vi sono decine di gruppi di indios mai entrati in contatto con la nostra civiltà. Considero un grandissimo privilegio averli potuti conoscere e osservare. È come trovarsi davanti alle origini della nostra specie».

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