Tribunale di Terni rompe tabù: «Affido dei figli: prima valutare se esistono casi di violenza nella coppia»

Venerdì 27 Novembre 2020 di Nicoletta Gigli
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 A Terni, al palazzo di giustizia, parte un progetto pilota che prevede la rilevazione dell'incidenza della violenza di genere e domestica nell'ambito di tutti i procedimenti nei quali è presente una domanda di affidamento dei figli minori. A metterlo in piedi, insieme alle colleghe che si occupano della materia, i giudici Marzia Di Bari e Dalila Satullo, è la presidente della sezione civile del tribunale, Monica Velletti.

Il progetto pilota. «C'è una grave lacuna nelle statistiche giudiziarie - spiega - nessuna rilevazione ha ad oggetto l'incidenza della violenza nei giudizi civili, e soprattutto la verifica dei provvedimenti che sono stati adottati all'esito di questi procedimenti. L'intento è raccogliere nel nostro territorio questi dati, per poi confrontarli con gli esiti dei procedimenti penali. In modo da avere un quadro più completo della risposta di giustizia nei casi di violenza di genere e domestica, per evitare provvedimenti non omogenei o la sottovalutazione degli agiti di violenza».

La certezza è che i giudizi di separazione, divorzio e per l'affidamento dei figli nati fuori del matrimonio sono luoghi privilegiati per l'emersione della violenza nelle sue diverse declinazioni di violenza fisica, psicologia ed economica. E che l'affidamento e il diritto di visita dei figli, quando ci sono episodi di violenza, possono mettere a rischio la sicurezza della vittima e dei bambini.

Per la presidente, Velletti «non appare coerente che, in presenza di violenza accertata, sia disposto l'affidamento condiviso dei figli, che può tradursi in una forma di vittimizzazione secondaria della donna. Costretta a sedersi allo stesso tavolo del suo persecutore per decidere ogni scelta relativa ai figli, dalla scuola, allo sport, alla residenza. In presenza di violenza solo il preciso accertamento delle responsabilità, con percorsi di recupero da parte dell'uomo violento, può permettere soluzioni condivise».

In mancanza di percorsi di recupero da parte del violento, è necessario che nelle decisioni, anche in quelle emesse dai giudici civili, venga affermata una chiara distinzione tra l'autore e la vittima della violenza, che non sono sullo stesso piano come genitori. Superando per sempre il luogo comune, lo stereotipo, per il quale un uomo che ha agito violenza contro la sua partner possa essere un buon padre. Un uomo violento non è mai un buon padre - dice Monica Velletti. E questo deve essere chiaramente affermato in ogni decisione giudiziaria. L'educazione si fa con l'esempio e le violenze, anche se agite nei confronti della donna, sono devastanti per la formazione dei minori esposti. La violenza, così detta assistita, è violenza diretta contro i minori, e provoca danni indelebili nello sviluppo psico-fisico dei figli.

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