Sanremo, sistema di voto sotto accusa. Foa: «Va cambiato»

Lunedì 11 Febbraio 2019

Il golpe delle élite contro la volontà del popolo sovrano? La ribellione dell'oligarchia radical chic contro il comune sentire? I riflettori dell'Ariston si sono spenti, ma la polemica sul 'ribaltonè che ha consentito a Mahmood di vincere a Sanremo grazie all'appoggio della giuria d'onore e della sala stampa, relegando al secondo posto Ultimo, che era ampiamente in testa al televoto, infiamma ancora il dibattito, social e non solo. E il tema del meccanismo di votazione torna prepotentemente all'attenzione per il futuro del Festival

Ultimo all'attacco su Instagram: «Gente presa in giro, Festival deciso dai giornalisti»

Dopo che lo stesso Claudio Baglioni ha aperto all'ipotesi del solo televoto, oggi è il presidente della Rai, Marcello Foa, a riflettere sul «chiaro squilibrio tra il voto popolare e una giuria composta da poche decine di persone che ha provocato le polemiche. Questo sistema funziona o no? Va corretto, chiaramente, anche perché il pubblico si senta rappresentato. C'è stato un ribaltamento del giudizio e ne va tenuto conto». Foa, comunque, 'assolvè il vincitore: «Mahmood si è trovato al centro di una polemica molto più grande di lui e a me ha fatto tenerezza, perché voleva dare un messaggio positivo e nelle prime battute è stato un pò travolto». «Se leggiamo il testo attentamente - continua il presidente della Rai - è molto profondo, molto difficile, segna la difficoltà del suo rapporto con il padre». Padre egiziano, anche se Mahmood è nato nel nostro Paese ed è «italiano al 100 per cento», come ci tiene a sottolineare. Ma c'è anche chi ha letto nel suo successo un messaggio indirizzato a Matteo Salvini, 'convitato di pietra del festival' dopo le polemiche in tema migranti sollevate dalle dichiarazioni di Baglioni. Il vicepremier, comunque, ha chiamato il vincitore per congratularsi: «È un ragazzo di vent'anni, comincia adesso, mi sono informato sul suo percorso artistico - rivela in un'intervista alla Stampa - e gli ho voluto dire direttamente che si deve godere la vittoria e che sono felice per lui». Salvini prende le distanze dalla «polemica politica strisciante e pretestuosa» e piuttosto mette in dubbio «la composizione della giuria d'onore», «mancava solo mio cugino e sarebbe stata completa. Come se mi chiamassero ad attribuire il Leone d'oro. Sanremo deciso da un salotto radical chic». E intervistata da Quarta Repubblica, trasmissione Mediaset, aggiunge: «Spero che non sia stata una scelta anti Salvini (...) Spero che non ci sia veramente qualcuno a sinistra che, essendo ridotto male, cerca di prendersi rivincite sul Festival, sul teatro, sul cinema e sulla poesia. Sarebbe deprimente per loro e per il vincitore». La giurata Camila Raznovich respinge le accuse: «niente passamontagna», «né golpe», «né elite»: «Sono stata chiamata dall'azienda per cui lavoro, a rimborso spese. Io e gli altri componenti della giuria ci siamo limitati ad applicare il regolamento del festival». Il voto per Mahmood? «'Soldì ci è sembrata la canzone più orecchiabile, più radiofonica e anche più nuova a livello di sound. Non c'è stato alcun complotto, né sottotesto politico». 

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Ai sospetti replica anche il presidente della giuria, Mauro Pagani: «Sì, certo, eravamo pilotati dai servizi segreti egiziani, c'era un ponte radio col Cairo...se non fosse triste questa la cosa la troverei divertente», risponde a Un giorno da pecora su Radio1. La giuria un salotto radical chic? «Per votare da casa ci vuole il diploma di pianoforte? Ognuno esprime il suo parere». Su questo - gli viene chiesto - avete messo d'accordo i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini: entrambi vi hanno criticato. «Bisogna restituire valore alle parole: politica è una parola alta, e non la mescolerei con queste robette da cortile. Ogni tanto ci si dimentica del ruolo che si ha e si pensa a mendicare voti». E l'altro giurato, Joe Bastianich: «Ho saputo dieci giorni fa chi fosse Salvini», dice a Un giorno da pecora. Ad alimentare le polemiche di queste ore anche i video della sala stampa, diventati virali sul web, con insulti e improperi diretti al Volo e applausi all'annuncio del loro terzo posto: «Alcuni giornalisti (ed è bene dire che solo alcuni) ci hanno pesantemente insultato», puntano il dito Piero Barone, Ignazio Boschetto a Gianluca Ginoble. «Hanno usato parole come 'merdè, 'vaffanculò, 'in galerà che consideriamo frutto di una vera e propria forma di bullismo, di sfottò da stadio. Queste persone non hanno portato gloria all'Ordine che rappresentano». Un comportamento «irrispettoso nei nostri confronti, ma soprattutto nei confronti della libertà di espressione. La musica dovrebbe essere libertà, non motivo d'insulto».
 

Ultimo aggiornamento: 19:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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