Web, da Apple a Google: perché il futuro si giocherà sulla privacy

Venerdì 27 Dicembre 2019 di Andrea Andrei
C'era un tempo in cui Internet sembrava il nuovo Eldorado, la terra delle opportunità non solo per chi voleva dar vita a un nuovo business, ma anche per i consumatori. Mail, mappe, video, immagini, informazione, comunicazione, reti sociali. Tutto a portata di mano, tutto immediato, tutto personalizzato, tutto meravigliosamente gratuito. A quei servizi oggi se ne sono aggiunti molti altri, dalla musica in streaming ai pagamenti, fino agli assistenti vocali: per ottenere qualcosa dai propri dispositivi basta parlare, rivolgersi a loro come si farebbe a un maggiordomo.
L'incanto è durato parecchio, poi è arrivato lo scandalo di Cambridge Analytica. E con lui un'altra serie di inquietanti vicende che hanno coinvolto i giganti della Silicon Valley, che quei servizi hanno sempre così generosamente dispensato. E improvvisamente è stato come accendere la luce e svegliarsi dal sogno, che nel frattempo si era trasformato in incubo.

Che non ci sia mai nulla di gratuito ce l'avevano insegnato i nostri nonni, e il sospetto, anzi la certezza, che le grandi aziende del Web si fossero arricchite con i nostri dati personali, l'avevamo sempre avuto. Sarà che i meccanismi della rete sono complicati e immateriali, ma finché non è esploso un caso politico internazionale è come se quello della privacy non fosse mai stato percepito come un problema serio. Ora è diverso. L'incanto di Internet è svanito man mano che abbiamo imparato a usare la rete.Man mano che i social network hanno preso il posto delle relazioni vere, e a qualcuno comincia non stare più bene. In un'espressione, siamo passati dall'era dell'illusione a quella della consapevolezza.

LA PIATTAFORMA
E ora gli scandali si moltiplicano: per citare solo i più recenti, Facebook ha reso noto venerdì che i dati di 267 milioni di utenti iscritti alla piattaforma sono stati messi online per due settimane da un'organizzazione di cyber-criminali; a settembre, le informazioni di 419 milioni di persone, collegate ai profili del social network, erano state raccolte in un altro database; lo scorso novembre, il Wall Street Journal ha svelato che Google ha raccolto i dati sanitari di milioni pazienti negli Stati Uniti a loro insaputa per realizzare un progetto insieme ad Ascension, un'organizzazione cattolica di servizi sulla salute. Quella della difesa della privacy sta diventando un'emergenza, e c'è da scommettere che è proprio su questo terreno che si giocheranno le sfide e il futuro delle grandi aziende tecnologiche. Tant'è che c'è chi, come Apple, sta facendo del rispetto della privacy la propria bandiera, attraverso una campagna di comunicazione verso gli utenti (in una pagina dedicata del suo sito - apple.com/it/privacy - la privacy viene presentata come fosse un prodotto), ma soprattutto sfruttando quello che è da sempre il suo punto di forza, e cioè l'ecosistema chiuso. La ricetta è semplice: i servizi offerti dall'azienda di Cupertino sono correlati ai dispositivi e non agli account, in modo tale che i dati rimangano fisicamente in possesso degli utenti.

Prendiamo come esempio le Mappe: i dati relativi alle ricerche effettuate, ai luoghi visitati e ai percorsi seguiti restano solo sull'iPhone e non vengono associati al profilo personale. Delle attività svolte, all'azienda arriva solo un'informazione anonima, una stringa di caratteri che varia casualmente di volta in volta. In tal modo, Apple sa che qualcuno sta andando dal punto A al punto B (e in base a questo fornisce ad esempio le informazioni sul traffico), ma non sa chi. Allo stesso modo funzionano gli altri servizi della Mela, dal browser Safari (la cui non tracciabilità è già di default) all'assistente vocale Siri. Questo è reso possibile dal fatto che, come ha spiegato chiaramente l'ad Tim Cook lo scorso ottobre a Firenze, «Apple vende prodotti, non dati. Vende strumenti per i propri clienti, non i clienti stessi»: in sostanza, il fine di Apple è vendere un dispositivo, parecchio costoso, che offre una serie di servizi correlati.

LA LETTERA
Diversa è la situazione delle altre web companies come Google o Facebook, che offrono servizi gratuiti e per questo hanno bisogno dei dati personali per sopravvivere. E che adesso stanno cercando di correre ai ripari prima che la questione privacy diventi incontrollabile. Infatti l'ad dell'azienda di Mountain View, Sundar Pichai, ha scritto di suo pugno al New York Times una lunga lettera in cui spiega perché a suo avviso «la privacy non dovrebbe essere un bene di lusso», ponendo l'accento sul fatto che tra i principi fondanti di Google ci sia che i suoi servizi devono essere a disposizione di tutti, «dai professori di Harvard agli studenti dell'Indonesia rurale».

Al contempo, Pichai sottolinea quanto sia importante per la sua azienda difendere le informazioni dei suoi utenti, e spiega che negli ultimi anni Google ha reso disponibili degli strumenti che permettono agli utenti quali dati condividere con Mountain View, che comunque utilizza quei dati per offrire i servizi più accurati ed efficienti possibili. Anche Google ha una pagina dedicata a questo tema (safety.google/intl/it/privacy), in cui si possono leggere facilmente quali dati vengono condivisi e in che modo. La differenza sostanziale rispetto ad Apple, è che Google per funzionare al meglio ha bisogno di collegare i dati agli account. Quindi, per forza di cose, quando si utilizza un servizio di Big G, come ad esempio Maps, le informazioni prodotte sono comunque legate a un account, e quindi custodite nei server dell'azienda. Stessa cosa per Facebook e per Amazon. Sembra una semplice questione tecnologica, ma in realtà è molto di più: è sociale e politica. Ed è probabile che presto dovremo prendere tutti una posizione. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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