Le ali della libertà per il carcerato Mirko: grazie al rugby può uscire da Rebibbia

Martedì 7 Maggio 2019 di Paolo Ricci Bitti
Mirko e Germana De Angelis, presidente dei Bisonti Rugby
Le ali della libertà gliele ha ridate il rugby: Mirko si è fermato stupito, senza respiro, gli occhi lucidi, quando si è trovato davanti a quel prato verde adagiato lungo il Tevere. Mirko, il carcerato, non stava sognando: tra lui e quel tappeto smeraldo non c'erano un'inferriata e una serratura da aprire con le chiavi di ottone che fanno il sinistro clack clack impossibile da dimenticare. Mirko ha 38 anni e gli ultimi 11 li ha passati in carcere a Rebibbia: è dura stare chiusi in cella a metà dei vent'anni, anche se si è accettato di pagare per gli errori commessi.

Lui, romano, è uno da buona condotta, ma poi in galera ogni giorno devi aggrapparti a qualcosa per continuare l'impercettibile conto alla rovescia fino al termine della pena. E a strappare più in fretta i fogli dal calendario è stata la palla ovale rimbalzata l'anno scorso davanti ai suoi piedi sul brecciolino del campetto interno a Rebibbia: e adesso Mirko è diventato il primo recluso italiano che torna libero grazie allo sport, grazie al rugby.

Quattro ore la settimana, dalle 19 alle 23 del mercoledì, Mirko si allena con i Bisonti a Tor di Quinto: corre, placca, fa meta, lui così rapido quasi come quando da ragazzo giocava a calcio. E poi sente il profumo leggero del prato: buono tanto quanto l'odore forte degli spogliatoi, prima un po' ambulatori con quelle pomate scaldamuscoli, poi un po' stalla e un po' sauna quando la mandria dei giocatori infangati si butta esausta sulle panche in attesa della doccia.

«Quando ha visto per la prima volta il campo - racconta Germana De Angelis, presidente della società dei Bisonti, serie C2, la più bassa, dilettantismo puro - Mirko si è impietrito. Era una sera magnifica, al tramonto: me l'avevano affidato mezz'ora prima a Rebibbia con l'impegno di riportarlo alle 23 e, certo, un po' di ansia me la sentivo addosso: la responsabilità è sempre la responsabilità. Ma non avrei immaginato di provare ancora più emozione di quella toccata a lui per il permesso premio giustificato, come non era mai accaduto, dal rugby. Gli ho dato una pacca sulle spalle e lui è partito, in mezzo agli altri, lui unico detenuto, lui il più felice del mondo».


Da sinistra, Mirko, Germana De Angelis, presidente dei Bisonti Rugby, e Stefano Scarsella, l'allenatore

E' il 17 aprile 2019 la data da cerchiare sul sempre più corposo progetto "Oltre le sbarre" della Federugby che permette ai detenuti di 18 case circondariali di fare meta. I primi passaggi (indietro, eh) in carcere a Torino (La Drola) nel 2011, poi la nascita dei Bisonti nell'istituto di massima sicurezza a Frosinone, e ancora Bologna (Giallo Dozza), Viterbo, Nisida e Beccaria (i ragazzi), adesso anche all’Elba.


Le iniziative dei primi volontari, le pesanti difficoltà superate una a una (a cominciare dal  campo: per giocare a rugby serve, servirebbe, un campo con l’erba), e poi i permessi, le domande al Ministero di Grazie e Giustizia,  e la diffidenza nei confronti di un gioco non ancora così conosciuto e infine l’ok degli illuminati direttori non più preoccupati "che qualche detenuto evadesse con un elicottero atterrato sul campo di gioco".

A questi volontari si affianca la Fir che dimostra ancora una volta l'inclusività del rugby ispirandosi anche alla storia argentina degli Espartanos, tenuti a battesimo anche dal sacerdote che diventerà Papa Francesco, orgoglioso di accogliere due anni fa in Vaticano quegli ex detenuti rugbysti.

I Bisonti prosperano, diventano un esempio per il mondo carcerario italiano:  a Frosinone non c’è una casa circondariale, con detenuti dalle pene limitate - un paio d’anni, tre – ma c’è un carcere di massima sicurezza. “Fine pena mai” c’è scritto nel fascicolo di molti “ristretti”, tanti quelli che hanno almeno 25 anni da scontare. “Massima sicurezza” significa che si fa fatica anche solo a immaginare gli ostacoli affrontati dai volontari che dal 2012 portarono l’amore per il rugby in quel cupo e gigantesco parallelepipedo di cemento armato, aiutati dall’allora lungimirante direzione. I Bisonti, come le altre squadre di detenuti, giocano solo in “casa” grazie alla disponibilità delle altre squadre dei gironi della C2, ma solo il loro campo è così fortificato, così sorvegliato da agenti massicciamente armati, così difeso da possibili raid in elicottero.

2012, LA NASCITA DEI BISONTI A FROSINONE

Due anni fa, dopo quattro meraviglioso campionati, il disastro: due detenuti tentano la fuga da Frosinone. Nessuno dei giocatori dei Bisonti è coinvolto, ma il giro di vite sulla sicurezza taglia il pallone ovale. Taglia il progetto che più insegnava ai detenuti il rispetto delle regole, degli avversari e dell’arbitro, il mutuo soccorso fra compagni, la lealtà, l’orgoglio di appartenere a un gruppo con obbiettivi e strategie che di certo avrebbero aiutato il ritorno, per quanto lontano, alla vita normale. E anche il progetto da raccontare a testa alta alle mogli, ai figli, ai genitori che affrontavane le fatiche non solo fisiche del viaggio fino a Frosinone per le visite, per molti detenuti nemmeno così frequenti. La dignità ritrovata grazie a una palla ovale.

Un danno enorme anche per i giocatori delle altre squadre, quelle avversarie, quelle "in libertà", che hanno perso la possibilità di scoprire e vivere la realtà del carcere grazie a quelle due partite in trasferta
oltre le sbarre a ogni campionato.

«Per noi dirigenti e allenatori continua la De Angelis è stata una mazzata dopo tutti quei sacrifici, ma niente in confronto all'amarezza dei detenuti privati degli allenamenti, delle partite, di quel contatto con il mondo. Facevamo fatica a guardarli negli occhi, il loro capitano, Precious, ci ha scritto una lettera che ci ha fatto piangere. Però non potevamo lasciare morire i Bisonti».

E allora Germana De Angelis ha chiamato a raccolta alcuni rugbysti romani e l’allenatore Stefano Scarsella, di Frosinone: alcuni di loro, compreso il tecnico, erano già coinvolti nel progetto che nel frattempo aveva portato il rugby anche a Rebibbia. Il “titolo sportivo” dei Bisonti non si è spento ed è riapparso prima a Tor Bella Monaca e adesso a Tor di Quinto, nei bei campi un tempo usati dal Cus.

Un’attività su due scenari: i campi della C2 laziale con la squadra dei “liberi” che si allena a Tor di Quinto, la polvere del campetto di Rebibbia per gli allenamenti per i detenuti, compreso, dalla scorsa stagione, Mirko, a due anni dalla fine della pena.

Che festa nel giugno scorso quando il capitano della nazionale, l’asso Sergio Parisse, ha fatto da porta-acqua e da guardalinee nella partita che ai detenuti rugbysti è stato concesso una tantum di giocare sul campo “vero” di Rebibbia, quello con l’erba, attiguo ma comunque interno alla casa circondariale.


Sergio Parisse in visita a Rebibbia nel 2018


«Mirko – riprende la De Angelis – si è proprio appassionato a questo sport che non aveva mai incontrato: è diventato un trequarti e allora, con l’aiuto della Federugby nazionale e del Lazio, nell’ambito del progetto “Rugby oltre le sbarre” affidato al consigliere Stefano Cantoni, abbiamo provato a fare una meta che pareva irraggiungibile».





Con un adattamento dell'articolo 21 dell'Ordinamento penitenziario - i detenuti possono essere assegnati al lavoro esterno - la Direzione di Rebibbia ha concesso a Mirko, che deve ancora scontare 4 anni e mezzo, la possibilità di allenarsi a Tor di Quinto una volta la settimana sotto la responsabilità dei Bisonti.

«È un risultato importantissimo dice ancora la presidente - il nostro obiettivo è proprio quello dell'inclusione e del reinserimento attraverso lo sport. Valeva pena lavorare tanto: ora questa situazione potrà essere applicata anche in altre realtà carcerarie».

E non è finita: il prossimo passo è di permettere a Mirko di giocare anche fuori, in campionato: i Bisonti non si fanno fermare facilmente.
  Ultimo aggiornamento: 12 Maggio, 23:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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