Stramaccioni: «In Iran il calcio è stupendo, ma senza essere pagato rischiavo la squalifica»

Martedì 10 Dicembre 2019 di Romolo Buffoni
Andrea Stramaccioni
L’ingaggio era di un milione e mezzo per due stagioni, ma di quei soldi ne ha visti ben pochi. Andrea Stramaccioni è rientrato ieri in Italia, dopo l’addio all’Esteghlal di Teheran lasciata in vetta alla classifica. L’Iran è un paese sotto sanzione economica internazionale e usare i normali canali bancari era impossibile. Il club poteva usare il fondo che i club che disputano la Champions (anche quella asiatica) devono detenere, ma niente. Dopo un bel 5-0 contro il Sanat Naft niente più soldi.

Stramaccioni, ritardi nei pagamenti accadono anche in Europa. Perché ha deciso di lasciare?
«Al Panathinaikos arrivarono a pagare anche con sei mesi di ritardo, ma qui il problema è di irregolarità formale».

Cioè?
«Non posso entrare nel dettaglio. C’è un’inchiesta e ci sarà un processo».

Però poteva restare. Prima o poi avrebbe avuto i suoi soldi no?
«Dal momento che la Fifa ha giudicato sospeso il mio contratto non potevo più lavorare. Rischiavo la squalifica».

Il suo addio ha fatto scoppiare il finimondo lo sa? I tifosi sono scesi in piazza accusando il ministro dello sport Soltanifar di tifare per i loro grandi rivali del Persepolis. È stato attivato il canale diplomatico con l’ambasciatore italiano per riportarla indietro...
«Mio malgrado questa cosa è andata oltre qualsiasi forma di sport. Il background politico era inimmaginabile».

Ci racconta per filo e per segno cosa è successo?
«È stata un’escalation di episodi. L’Esteghlal è una delle due grandi squadre statali, il suo tifo è sterminato. Parliamo di trenta milioni di persone in tutta l’Asia».

Addirittura?
«Sì, trenta milioni. Non esagero. E ci sono cinquantasette mila abbonati. Sono anche voti. Il Ministro nomina il presidente e cinque membri del board. Sono politici, che non sanno di sport e di calcio».

Soldi a parte, lei lì ha avuto anche altri problemi?
«Sì, ma sono episodi che non c’entrano con l’addio. Per esempio, alla prima partita con centomila persone allo stadio mi tolsero l’interprete...»

Ma se la volevano mettere in difficoltà perché ingaggiarla?
«Evidentemente non stavo simpatico a tutti. Succede».

Ma perché un tecnico che ha allenato l’Inter, l’Udinese, il Panathinaikos e lo Sparta Praga decide di andare ad allenare in Iran? Chi glielo ha fatto fare?
«Non sarò ipocrita. Visto che in estate non si è concretizzato un discorso con un club italiano, ho deciso di andare. Ho 43 anni e voglio allenare. E poi, mi creda, l’avventura era affascinante».

Provi a convincerci...
«Una tifoseria immensa, calda. Stadi sempre pieni, la Champions. Un’atmosfera che mi ricordava quella nostra degli anni Ottanta. Pensi, all’inizio ho portato giù anche moglie e figli e i tifosi mi hanno voluto bene anche per questo. Bellissima città dove si vive e si mangia bene».

Tifosi e anche molte tifose. Conferma il ruolo importante delle donne nel calcio in Asia?
«Confermo. Non ho mai fatto tante foto con donne tifose come lì. In Iran il calcio è una valvola di sfogo sociale. I biglietti costano 4-5 euro e c’è un entusiasmo enorme».

Ora che è tornato a casa si accorgerà che qui il clima è decisamente più freddino. Nella sua Roma sono state ammainate due bandiere come Totti e De Rossi... 
«E a me sanguina il cuore. Io sono classe ‘76 come Francesco e nei miei sei anni nelle giovanili giallorosse sono cresciuto accanto a lui, a Vito Scala, a Daniele. Dicono: normale ricambio generazionale. Rispondo: ok. Ma il cuore mi sanguina ugualmente. Certe cose poi le capiamo bene solo a Roma. Come non capivano quando da Bologna, dove giocavo, la domenica prendevo il treno per essere all’Olimpico a tifare la squadra di Mazzone».

A proposito di settore giovanile, come giudica che al mondiale Under 17 l’Italia non aveva nemmeno un romanista?
«Così però mi stuzzica nel vivo. Il lavoro di Bruno Conti era unico. So che è tornato. Forse qualcuno si è accorto di quanto valeva quando è andato via...».
Come in Iran con Stramaccioni.
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