Roma, Mourinho: «La squadra era preoccupata per la partenza di Dzeko. Abraham un colpo»

Roma, Mourinho: «La squadra era preoccupata per la partenza di Dzeko. Abraham un colpo»
di Gianluca Lengua
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Martedì 17 Agosto 2021, 16:45

José Mourinho torna a parlare dopo 40 giorni. Un periodo in cui ha plasmato la Roma e ottenuto risposte sulle qualità di ogni calciatore della rosa. Lo Special One nella lunga intervista rilasciata ai canali della Roma spiega il grande lavoro della proprietà nell’acquistare un giocatore come Tammy Abraham che ha preso il posto di Edin Dzeko: «La situazione Dzeko: è stata una situazione strana. Si capiva che sarebbe andato a un altro club, però si respiravano un po’ di dubbi: “lui va via, arriva qualcuno, non arriva…” Ho sentito i giocatori molto più preoccupati da questa situazione che concentrati sulla fine del ritiro precampionato. Devo dire grande direttore e grandissima proprietà: il boss Dan, Ryan e Tiago sono stati bravissimi. Perché la realtà è che abbiamo iniziato il pre-campionato pensando di avere Dzeko ed è stata un po’ una sorpresa per tutti noi quello che è successo. In un mercato incredibilmente difficile e in una situazione economica, vorrei dire per tutti, però per quasi tutti i club, difficile, avere la disponibilità, avere l’ambizione, avere questo rispetto per l’emozione dei tifosi, avere questo tipo di reazione, dopo aver perso Dzeko, di portare a casa Tammy Abraham, è stato, quello che voi italiani dite sempre, il colpo di mercato, tanto che dal mio punto di vista, anche se lui non fosse arrivato, io avrei avuto sempre la sensazione positiva che la mia proprietà e il mio direttore avessero fatto tutto il possibile per avere una reazione fortissima a un giocatore come Dzeko che è partito. Loro sono stati fantastici».

L'ultimo arrivato

A rimpiazzarlo è arrivato Tammy Abraham dal Chelsea: «Su Tammy, io preferisco dire “aspettate e vedrete”, lo dico con tutta la mia fiducia. Lo conosco da bambino, non ha giocato mai per me, perché quando io ero al Chelsea lui era veramente un “bambino” di 14-15-16 anni, però lo conosco molto molto bene, lo conosco come giocatore, come persona, come mentalità, so come ha preso la decisione sempre difficile, per un giocatore inglese, di lasciare la Premier. Questo mi dice tanto, tanto, perché quando tu lasci la Premier, tu la lasci perché hai ambizione, tu la lasci perché tu vuoi tornare in Nazionale, perché tu vuoi giocare il Mondiale, perché vuoi vincere fuori dall’Inghilterra dove non tanti giocatori inglesi hanno avuto grandissime carriere. Lui viene con questa ambizione, poi aspettiamo di vedere le sue qualità come giocatore, ma con Tammy, con Eldor e con Borja, abbiamo un gruppo di attaccanti che mi lasciano veramente felice».

Mourinho ha poi fatto un’analisi sulle competitor del campionato: «Non abbiamo quell’esperienza dei giocatori di 30-33-35 anni, non abbiamo questa esperienza come alla Juve con Cristiano, al Milan con Giroud e Zlatan, o con Muriel, Zapata, con tutti questi giocatori già con grande stabilità ed esperienza. Non abbiamo questo, però, a livello potenziale, con questi ragazzi io non potrei essere più felice». E poi un pensiero al futuro: «Un giorno sarà la Roma senza Josè e quando questo giorno arriverà, vogliamo lasciare quello che facciamo sempre in ogni club, vale a dire una struttura super organizzata, in grado di dare seguito a un lavoro. Però speriamo che la Roma senza Josè non sia presto, speriamo che sarà tra tanti anni».

E per adesso la Roma di Josè è una squadra si carattere: «Quella piccola rissa contro il Porto mi è piaciuta tanto, in termini di controllo delle emozioni, non è successo niente di particolare che possa andare dal cartellino giallo al rosso, semplicemente è stata una partita molto molto buona dal punto di vista della competitività. Con il Betis è un’altra storia, è una storia – penso io – che ha tanti responsabili per il modo in cui la partita è finita. Secondo me, il primo responsabile è l’arbitro e il secondo responsabile sono io, perché non posso essere io a provocare quello che è successo dopo, perché la squadra mi ha seguito nella mia reazione emozionale e abbiamo finito con tre-quattro cartellini rossi. Ripeto: responsabilità mia. Però mi piacerebbe anche che l’arbitro arrivasse a casa e pensasse “ma che ho fatto io di un’amichevole buona, una partita che era stata buona, che ho fatto io per farla finire così?”. Però io prendo le mie responsabilità per quanto successo».

In chiusura un messaggio ai tifosi: «Se posso chiedere qualcosa, chiedo “squadra, squadra, squadra! Non andare troppo nella direzione dell’individuale. Se i tifosi vogliono andare nella direzione dell’individuale, scelgano di sostenere i giocatori, non me. Meglio dimenticarmi: io sono lì, sono uno di loro, non ho bisogno di questo supporto, di questo appoggio, non ne ho bisogno. Li ringrazio tanto, però se devo chiedere qualcosa, è “squadra, squadra, squadra”, perché qui dentro è così, qui dentro è così, è squadra, squadra, squadra. E loro allo stadio: “squadra, Roma, Roma, Roma, squadra, squadra”, insieme».

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