Coach Brown chiama, Delfino risponde: l'argentino firma per la Fiat Torino

Mercoledì 4 Luglio 2018 di Marino Petrelli
Una scommessa tira l’altra. Così, dopo aver chiamato la leggenda Larry Brown come capo allenatore, 78 anni, ma mai uscito dagli Stati Uniti per allenare, la Fiat Torino ingaggia Carlos Delfino, 36 anni da compiere il prossimo 29 agosto e dal grande passato in Nba ma che nelle ultime tre stagioni ha giocato con il contagocce a causa di un lungo e complicato infortunio. Lo ha voluto fortemente coach Brown, che lo ha già avuto a Detroit, per affidargli le chiavi di una Auxilium rinnovata e con giovani interessanti da lanciare. Giocherà da italiano avendo sposato Martina Cortese, ragazza nata a Cento, figlia di Claudio, promosso in A2 nel 1978 con la Sarila Rimini allenata da Alberto Bucci e sorella di Riccardo, nominato miglior giocatore della Legadue della scorsa stagione e appena passato da Ferrara a Udine.

Il basket, insomma, nella vita di Delfino è una costante. Torna nel paese che lo ha lanciato, prima alla Viola Reggio Calabria, nel 2000, poi alla Fortitudo Bologna, dove ha perso due finali scudetto e una finale di Eurolega contro il Maccabi Tel Aviv. Lui, Cusin, appena acquistato da Milano, e Poeta saranno le chiocce di una squadra che ha vinto la Coppa Italia, ma che ha chiuso la passata stagione fuori dai play off. Ci riproverà la Fiat, così come in Eurocup, manifestazione europea dall’ampia visibilità mediatica, soprattutto per il main sponsor. Sognando di avere in squadra uno tra Fontecchio o Abass in prestito dall’Olimpia.

L’infortunio che ha cambiato la vita di “Cabeza”, come viene soprannominato il nativo di Santa Fe, arriva nei play off del 2013, quando gioca con gli Houston Rockets, dopo uno scontro di gioco con Kevin Durant. E’ una frattura da stress allo scafoide, all’inizio sembra una cosa da poco, poi diventa un calvario. Subisce sette operazioni, si rivolge a specialisti di tutto il mondo, viaggia con l’immagine di Sant’Espedito, patrono delle cause urgenti e disperate, sempre in tasca. Poi la rinascita, in Italia, il paese che gli ha dato la gloria. Proprio a Bologna il professor Giannini capisce quale è il problema e, con l’aiuto delle cellule staminali, fa rinascere il giocatore. Che si aggrega ai compagni di nazionale per le Olimpiadi di Rio del 2016, definita da Delfino «l’ultima battaglia di un grande gruppo di soldati», che nel 2004 ha vinto l’oro olimpico, lui era riserva, battendo l’Italia in finale e il bronzo a Pechino nel 2008 con l’ex Nba protagonista in campo.

Tra il 2016 e il 2017 gioca qualche partita nel Boca Juniors e lo scorso settembre nel Baskonia. Quattro mesi fa si è allenato con la Virtus Bologna in una città cui deve tanto e alla quale è rimasto sempre molto legato. Ora la chiamata della Fiat. «Giocare a basket è come andare in bicicletta, non si disimpara mai. Non ho giocato per tre anni ma il mio corpo si muove da solo», aveva dichiarato l’argentino qualche mese fa. Ora arriva la prova più importante, reggere il campo per una stagione intera. A Torino attendono fiduciosi. © RIPRODUZIONE RISERVATA