Ciclismo, Norma Gimondi: «Il ciclismo non può vivere solo con i soldi del Coni»

Martedì 10 Gennaio 2017 di Gabriele De Bari
ROMA Un nome, un destino. Chiamarsi Gimondi significa vivere di ciclismo e così Norma, 46 anni, avvocato civilista, figlia di Felice, ha deciso di sfidare Renato Di Rocco nella corsa alla presidenza federale. Le elezioni si svolgeranno sabato prossimo, 14 gennaio, a Rovereto.
Perché la scelta di candidarsi?
«A luglio scorso ricevetti le prime richieste, presi tempo, volevo valutare, poi le pressioni sono diventate forti e ho accettato. Alla base di tutto, però, c'è la grande passione per il ciclismo, essendo nata tra le biciclette. Vorrei portare del rinnovamento».
In quale direzione?
«Sia a livello statutario, che di sviluppo commerciale. Mi piacerebbe dare alla FCI una visione imprenditoriale».
Suo padre come ha commentato la scelta?
«All'inizio ha cercato di mettermi in guardia dai problemi, era preoccupato. Dopo ha cominciato a sostenermi e sabato mi accompagnerà Rovereto».
Come sono i suoi rapporti con il presidente uscente?
«Buoni. Le nostre famiglie si conoscono da tanti anni. Nelle mie conferenze ho improntato la candidatura al rispetto, senza polemizzare con lui».
Perché vorrebbe cambiare lo Statuto?
«Ci sono situazioni che non mi piacciono, dovremmo rinnovarlo in breve tempo e renderlo più democratico. Il presidente, infatti, dovrebbe restare in carica, al massimo, per due mandati. Trovo fuori luogo, inoltre, che, nell'arco di un solo anno, ci siano ottantacinque delibere presidenziali. Bisognerebbe affidare deleghe ai consiglieri e coinvolgere direttamente i presidenti delle regioni più rappresentative: Lombardia, Veneto, Toscana. Infine, un presidente non deve né amministrare società di capitale, né ricoprire cariche internazionali».
Passiamo all'aspetto commerciale.
«Sarebbe interessante se la Federazione diventasse un soggetto appetibile per gli sponsor, ripristinando, ad esempio, i Giri di Sardegna e Sicilia per avere uno sviluppo anche a livello turistico. E sarebbe il caso di creare una televisione che trasmetta le immagini di tutte le corse regionali. Insomma, una Federazione che non viva soltanto con i finanziamenti del Coni ma che riesca a sovvenzionarsi con idee e progetti propri».
L'Italia non ha più una squadra Pro Tour: che futuro prevede?
«La crisi è forte e coinvolge tutti. Però bisogna dire che ci sono paesi, come Francia, Spagna, Belgio e Olanda, che hanno difeso le loro formazioni e le loro corse. In Italia, al contrario, sono state cancellate tante gare importanti e, dal 2012, si è dimezzato il numero dei professionisti».
Qualcuno dice che le manca l'esperienza necessaria per ricoprire una carica così impegnativa.
«E' vero, ma potrei contare su collaboratori che lavorano nel settore da venti anni. Io porterei le idee innovative e manageriali, gli altri farebbero il resto».
Quante possibilità ha di diventare presidente?
«Dico tante e ci credo, altrimenti non avrei accettato la candidatura. Di Rocco resta il favorito ma, qualora non raggiungesse il cinquantacinque per cento, alla prima votazione, si aprirebbero scenari interessanti. Sarà difficile, però non mi sento battuta».
Il sogno è quello di diventare una donna sola al comando?
«Una donna al comando di una squadra».
 

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