Mario Martone presenta la sua regia per l'inaugurazione del Teatro dell'Opera: «Il mio film sul Barbiere? Follia a ritmo rossiniano»

Il regista Mario Martone sul set del Barbiere di Siviglia al Teatro dell'Opera di Roma
di Simona Antonucci
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Sabato 5 Dicembre 2020, 14:13

L’Italia è divisa a colori. Ma per i teatri ce n’è solo uno: il nero del buio. Il Don Giovanni con la regia di Martone che avrebbe dovuto inaugurare la stagione del Teatro dell’Opera è irrealizzabile. «Mi chiama il sovrintendente Carlo Fuortes», racconta il regista napoletano, «e mi dice: perché non apriamo con un Barbiere di Siviglia ripensato per la tv? Il teatro vuoto è a tua disposizione. Niente pubblico».

 

Debutto il 5 dicembre. «5 novembre-5 dicembre: un mese? Per lo studio, la preparazione, le prove, l’impostazione della regia televisiva, la realizzazione, il montaggio? Una pazzia. Ho bisogno di qualche ora per pensare».

Così nasce, a Roma, uno spettacolo fuori da ogni schema, mai visto prima, battezzato opera-film perché non aveva un nome, realizzato con la stessa velocità con cui un virus ha paralizzato la vita dello spettacolo dal vivo e alzato la temperatura delle idee: un Barbiere di Siviglia, in una sala che diventa set cinematografico, “gabbia” creativa per una produzione rivolta a un canale generalista: oggi su Rai3, alle 16,15. Il maestro Daniele Gatti sul podio, orchestra in buca, cantanti e macchine da presa a 360 gradi. Con il regista Mario Martone alla sua nuova prova da sperimentatore.

Quindi? Che cosa è successo durante quella notte?

«Davanti al fuoco, si è accesa la scintilla. Mi è apparso il teatro costretto da fili. Come Rosina, l’eroina dell’opera di Rossini, prigioniera di una cappa maschile, patriarcale. Ho provato la brutalità e la vitalità di un progetto del genere. La stretta dei fili e dei micidiali tempi di lavorazione. La stretta di tempi rossiniana».

La leggenda vuole che il compositore l’abbia scritto in due settimane.

«Ascoltando il crescendo della sua musica, questo tempo di lavorazione avvampato mi è sembrato pertinente all’operazione. Il crescendo rossiniano: la chiave di tutto. E quindi sì. Ho accettato di far parte di questa avventura ai limiti dell’incoscienza. E da quelle immagini, sono partito».

Film-opera? Opera-film?

«Un film “scomposto”. Si vedono gli artisti ma anche le telecamere, entrano in campo il Maestro e i truccatori. Un lavoro che ha scompaginato la forma, nella ricerca di una vitalità. Si racconta di un conflitto, da cui nasce una ribellione. Quella di Rosina, insieme con il Conte e Figaro, contro Don Bartolo e Don Basilio. E questa spinta di ribellione conduce a uno spirito di nouvelle vague».

Nouvelle Vague lirica?

«Tra le persone che hanno segnato la mia crescita c’è Antonio Neiwiller, attore, regista, drammaturgo napoletano, tra i fondatori di Teatri Uniti. Ripeteva sempre: fare con quello che c’è. Si può fare un film complesso, come il Giovane Favoloso, un’opera alla Scala, preziosa. Ma si può fare anche uno spettacolo con quello che c’è».

E lei che cosa ha avuto in “dotazione”?

«Le luci di Pasquale Mari che diventano narrazione, i costumi di repertorio reinventati da Anna Biagiotti e i fili, quelli dei macchinisti, che ho utilizzato per trasformare la sala in un gabbia. Uno spettacolo con quello che c’è diventa un gesto performativo. Nouvelle vague? Una risposta al nostro stato di costrizione, al fatto che non c’è pubblico e non c’è incasso».

Uno spettacolo tenuto da fili?

«Hanno a che fare con due piani narrativi. Uno all’interno del racconto del Barbiere e alla costrizione di Rosina: la prigione che accende la ribellione. Un altro piano parla invece del nostro tempo, del teatro legato».

Come ha impostato la regia televisiva?

«Compagna di avventura indispensabile è stata la squadra della Rai. Hanno avuto tre giorni per le riprese, fatte in modo assolutamente nuovo. Quando si registra uno spettacolo per la tv, le riprese sono in orizzontale. Qui c’è stata una rivoluzione spaziale. Una scommessa folle anche per la tv».

Una sperimentazione che lascerà un segno?

«Questo lo deciderà il pubblico. Quando hai un mese di tempo non ci sono pensieri. Ma un’azione unica. E non sai neanche che cosa fai. Una sfida nel tempo. Quelle immagini nate davanti al camino, regole sbaragliate in un crescendo Rossiniano».

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