Mario Martone: «Nelle Baccanti e in Leopardi, una natura che non riusciamo a dominare»

Martedì 24 Marzo 2020 di Simona Antonucci
Mario Martone  durante le prove di The Bassarids (dalle Baccanti) da oggi online sul sito del Teatro dell'Opera

«E all’improvviso appare un Dio misterioso e selvaggio che porta scompiglio nella comunità. Una figura che arriva dall’alto, inaspettata. Contamina come una febbre: si insinua tra le persone per possederle. Trasformarle. Minando le fondamenta di una società... Incredibile quanto l’atmosfera di questi giorni, con le donne e gli uomini di tutto il mondo alle prese con qualcosa di cui non si conosce abbastanza, mi ricordi la tragedia di Euripide e quella dimensione di inquietudine che provocò la comparsa di Dioniso».
 

 

Mario Martone fa un salto indietro nel tempo. A fine novembre del 2015, quando il suo spettacolo The Bassarids inaugurò la stagione del Teatro dell’Opera di Roma. Capolavoro con musiche di Henze, su libretto di Auden e Kallman da Le Baccanti di Euripide, che torna da oggi sul sito del Costanzi.

In replica anche il 27, con Stefan Soltesz sul podio, i cantanti Lidslav Elgr (Dionysus), Russell Braun (Pentheus), Mark S. Doss (Cadmus), Erin Caves (Tiresias), Andrew Schroeder (il Capitano della Guardia Reale), Veronica Simeoni (Agave), Sara Hershkowitz (Autonoe) e Sara Fulgoni (Beroe). Scene di Sergio Tramonti, costumi di Ursula Patzak, coreografie di Raffaella Giordano.

Un allestimento colossale, denso di contrasti di luci e di colori, dominato dalla potenza della natura. Riti orgiastici come armi contro un Governo destabilizzato, balli sensuali che sgretolano il dominio della ragione, corpi e anime a nudo, mossi da una musica potente, per sottolineare grazie anche a uno specchio opaco e deformante rivolto verso l’abisso, la selva di parallelismi e conflitti che si intrecciano nell'opera: vinse il Premio Abbiati come miglior spettacolo dell'anno anche per “l’inquietante molteplicità di richiami attuali”.

E i richiami all’oggi, a questi giorni dominati dalla paura, quali sono?
«Allora, come in questo periodo, la natura è in rivolta contro di noi. Nella società di Tebe, l’arrivo di Dioniso, condusse gli uomini a scatenarsi in una dimensione erotica. Oggi, no. Con lunghi momenti d’isolamento, lontani, soprattutto fisicamente, gli uni dagli altri. Ma resta forte il parallelismo di due società, quella delle Baccanti di Euripide e la nostra, alle prese con un mistero. E con la potenza della natura. Mi viene in mente anche Leopardi quando ricordava agli uomini che la Natura non siamo solo noi. Benché rappresentiamo una parte rilevante. C’è anche altro che non riusciamo a dominare».

Oggi, 24 marzo, va online The Bassarids, da domani, 25 marzo, il suo Falstaff in streaming sul sito della Staatsoper di Berlino e ad aprile Cavalleria Rusticana e Pagliacci su Rai5. Tutto questo digitale cambierà gli spettatori del futuro?
«Le piattaforme, oggi, sono la nostra unica finestra sul mondo. Nel momento in cui siamo costretti all’isolamento, la rete moltiplica le sue funzioni. Stiamo semplicemente assistendo a una accelerazione del fenomeno. Che era già in atto. La crisi delle sale cinematografiche è in parte dovuta a questo. Ma, credo che non sia questo il momento di giudicare, né di analizzare. Ci sono vite da proteggere e da rispettare. Prendiamolo come un periodo di letargo».

Lei dove trascorre il suo letargo?
«A Roma, a Colle Oppio. In casa, come tutti. Con la fortuna di avere dei dirimpettai molto fantasiosi che danno vita a intrattenimenti da balcone sempre carini. Quando ritorneremo alla vita normale, mi farà piacere suonare al loro citofono per ringraziarli e magari, sì, conoscerli meglio».

Nel frattempo arriva anche il suo Falstaff: ce lo presenti.
«Lo montai a Berlino due anni fa. Barenboim sul podio. Il protagonista è un ex sessantottino. E l’osteria di ladri e prostituite è un centro di riposo dei nostri giorni. Un po’ folle, alla Fassbinder».

Dal virtuale al reale: lei dovrebbe cominciare le prove di Fedora alla Scala a metà maggio. Che ne sarà?
«Chi lo può sapere? Non chiedo. Aspetto e rispetto. Vivo di progetti virtuali. Mi mancano molto, però, quei luoghi di grande concentrazione emotiva che sono i teatri».

Cinema? Il set del film su Scarpetta con Toni Servillo?
«Le riprese romane, sei settimane, siamo riuscite a finirle. Ci siamo fermati il 6 marzo, giusto in tempo. Mancano ancora due settimane di lavoro da girare a Napoli. Vedremo. Dobbiamo aspettare. Godiamoci il letargo. Ma anche se i corpi dormono, i cervelli possono anzi devono continuare a funzionare. Per essere all’altezza di importante risveglio»

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