Viola Nocenzi: «Io, in controtempo cerco la mia direzione»

Viola Nocenzi mentre suona al pianoforte
di Mattia Marzi
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Martedì 16 Febbraio 2021, 14:19

«Non vedi che il cielo è viola?», canta Viola Nocenzi nel ritornello del nuovo singolo estratto dall’eponimo disco d’esordio. La canzone si intitola semplicemente Viola, è uscita venerdì e racchiude la fame di futuro della 33enne cantautrice laziale, “figlia” del prog. Suo papà è infatti Vittorio Nocenzi, compositore, pianista e tastierista italiano noto ai più per aver fondato nel ‘68 il Banco del Mutuo Soccorso, gruppo simbolo del rock progressivo italiano. E suo zio è Gianni Nocenzi, che suonò insieme al fratello nei dischi del Banco fino al 1984, prima di avviare la carriera solista. Ci sono entrambi, nelle tracce che compongono l’Ep di debutto di Viola, pubblicato lo scorso dicembre (Santeria/Audioglobe). Il primo nei panni di supervisore artistico, l’altro in quelli di arrangiatore dei sette pezzi inclusi nel disco.

Tutto fatto in casa?

«Sì. È avvenuto in maniera naturale. Quando ho iniziato a comporre le canzoni le ho fatte ascoltare a mio zio Gianni: non c’è stato neanche bisogno di chiedergli se avesse voglia di darmi una mano».

Perché non è andata dritta da suo padre?

«Un po’ temevo il suo giudizio. Gli ho fatto ascoltare i brani solo quando la scrittura era in fase avanzata. Si è messo le cuffie, ha ascoltato con molta attenzione. Cercavo di decifrare qualcosa dalle sue espressioni, ma la sua faccia era impassibile. È rimasto a lungo in silenzio».

Alla fine cosa le ha detto?

«Che ero stata brava e che era fiero di me».

Chi altro suona nel disco?

«Andrea e Diego Pettinelli, Massimiliano Bergo, il trio de Lo Zoo di Berlino: ci unisce il gusto per la sperimentazione».

Un cognome così ingombrante l’aiuta o la penalizza?

«Entrambe le cose. Ma vado fiera delle mie origini e non ho paura di essere etichettata come “figlia di”: ecco perché non ho rinunciato al cognome. L’ho messo anche sulla copertina del disco».

Il Banco è forse il gruppo prog più longevo, in Italia. E assieme alla Pfm anche l’esempio italiano più noto del genere. Scorre un po’ di prog anche nelle sue vene?

«Più che i suoni, del Banco ho ripreso la forma mentis, la sensibilità e l’educazione musicale. Non ho una formazione prettamente prog, ma spesso mi ritrovo a scrivere i controtempi tipici del genere senza neanche rendermi conto che sono dei controtempi».

Quando ha iniziato a studiare musica?

«Iniziai a 4 anni con le prime lezioni di piano. E scrissi subito una canzoncina tratta da un tema fatto a scuola per la festa della mamma».

E le prime esperienze?

«Il battesimo di fuoco fu all’Ippodromo delle Capannelle, nel 2002: mio papà mi fece aprire il concerto del Banco per i trent’anni di carriera, di fronte a 4 mila persone».

Però era praticamente di casa: il pubblico del gruppo la conosceva già.

«Sì, anche questo è vero. Mi avevano vista crescere sotto ai palchi dei loro concerti. Però ritrovarmi di fronte a una platea tanto vasta mi fece tremare un po’ le gambe».

Vocalmente parlando, chi è il suo modello?

«Antonella Ruggiero: la voce come strumento musicale».

Si sente. È vero che lei ha un’estensione di quattro ottave? Addirittura?

«Sì. E come la Ruggiero provo a cercare una strada che mi rappresenti con autenticità, tracciando un cammino poco convenzionale».

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