Sergio Cammariere, con l'album «Piano Nudo» una nuova performance sulla tastiera

Sergio Cammariere
di Fabrizio Zampa
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«Dopo una lunga gavetta nei pianobar e nei jazz club romani, e dopo tanti concerti tutti di qualità ma ancora non frequentati dal cosiddetto grosso pubblico poi conquistato con l'apparizione al festival di Sanremo, nonostante la raffinatezza della sua musica è finalmente diventato popolare, e ha affrontato il suo crescente successo con filosofia. Ha una caratteristica rara: è un musicista fra musicisti, un pianista trascinante e pieno di swing che grazie a una vasta cultura musicale si diverte a mescolare jazz e cantautorato e sa suonare tutto, da Bach al blues, da Debussy a Keith Jarrett»: così scrivevamo nel 2006 di colui che oggi è un cantautore e un pianista trascinante e pieno di swing, così bravo da trasmettere le mille sfumature di ciò che scrive non solo agli esperti ma anche al normale pubblico. Dovrebbe essere raro come la tigre del Bengala, e invece esiste: è Sergio Cammariere, annata 1960, calabrese di Crotone e cugino di Rino Gaetano.

 

A 8 anni faceva parte del coro di voci bianche della parrocchia, dove cantava e suonava una melodica soprano, una tastierina che si estende su due ottave, a 12 anni affrontava l’organo a canne della chiesa crotonese di San Giuseppe, a 13 anni chiese al padre un organo Gem (con la sua prima band, gli Emmaus, faceva le prove in un angolo della sagrestia), e il pianoforte già lo conosceva perché una cuginetta ne aveva uno sul quale lui suonava Per Elisa di Beethoven senza nessuno spartito. In seguito risuonava i brani che ascoltava, dai Genesis e dai Pink Floyd a Bach e Debussy.

Per Cammariere la dimensione ideale della musica è il live. «L'ho sempre fatta così, nei locali, perché il nostro ruolo è suonare per la gente e darle belle sensazioni. E le sensazioni che offre la musica te le regalano poche, pochissime arti». Adesso, dopo un quarto di secolo di carriera, concerti dati in mezzo mondo, nove album da cantautore e uno da tastierista (Piano, del 2017) Sergio è tornato al suo amato strumento con un nuovo disco, Piano Nudo, nel quale riconferma le qualità che ha da sempre. “Scrive belle canzoni, ma la sua vera forza è quando suona”, ha sempre detto il pubblico che lo ascoltava nel club di jazz e comprava le sue canzoni ma forse amava di più le sue performance da pianista. E’ vero che Cammariere davanti alla tastiera è un grande musicista?

«Forse – sorride lui. – Ma il merito è che crescendo, cioè andando avanti con l’età, ho conquistato quella consapevolezza che non mi fa strafare. E se ne accorgono anche i miei musicisti, quelli che suonano con me da tanti anni. In ogni concerto riesco a essere essenziale, a non uscire fuori dal seminato…». Chi è il suo pianista preferito? «Sono tanti. Si comincia da Teddy Wilson, che negli anni Trenta suonava con Benny Goodman, passando per Keith Jarrett, Brad Mehldau, Bill Evans… e a proposito, nel 2004 ho avuto l’onore di dividere il palco con Toots Thielemans, il grande armonicista, e gli chiesi di Bill Evans perché esiste un meraviglioso disco,  Affinity, nel quale nel 1979 suonavano insieme. Lui mi ha raccontato che per fare quell’album ci sono voluti 11 anni perché Bill, che era impegnato nel club di tutta l’Europa, non era mai libero. E poi nel progetto c’era I Do It for Your Love, una canzone di Paul Simon che Evans non voleva assolutamente fare. Ne incisero almeno una quindicina di versioni prima di decidere la tonalità, e Bill era un musicista così completo che poteva suonare senza problemi qualsiasi pezzo in dodici differenti tonalità… Poi ci sono tanti altri pianisti che mi hanno formato e che non posso nascondere, come Chick Corea, Herbie Hancock, Thelonious Monk, Oscar Peterson, Errol Garner…son molti, e tutti fondamentali»

E i brani che Cammariere ama? «Beh, ci sono grandi temi che dopo decine e decine di anni ritornano in continuazione. Sono composizioni alla base del jazz, pezzi scritti all’inizio nel Novecento da Duke Ellington, George Gershwin, Cole Porter e compagni ancora oggi insuperabili. C’erano cantanti, da Frank Sinatra e Tony Bennett a Mel Tormé (che fece una versione straordinaria di Stardust di Hoagy Carmichael, l’autore di mille successi da Georgia on my Mind a Hong Kong Blues, Riverboat Shuffle, Rockin' Chair, e anche di una canzone in italiano, Io t’ho incontrato a Napoli, scritta nel 1945 con il pianista John Forte, militare sbarcato a Partenope con l’esercito americano nella seconda guerra mondiale) che erano bravissimi a interpretare quei brani in maniera elegante ma anche piena di energia…»

Torniamo a Piano Nudo. Sono diciotto pezzi tra jazz, blues e musica classica, da La rotta degli alisei (accompagnato da un video per la regia di Miriam Rizzo e la fotografia di Daniele Ciprì, con la partecipazione di Leo Gullotta) a Girotondo per Greta (anche qui c’è un video, nuovo lavoro d’animazione firmato da Fabio Teriaca e Juan Pablo Etcheverry), Chanson du temps retrouvè e Ritorno a Casa (sono nella colonna sonora del film di Teriaca Nonno Matteo), Le foto di Carlo (dedicato all’attore Carlo Delle Piane, scomparso recentemente), Lampedusa (sulle storie dei migranti che raggiungono l’isola e di quelli che non arrivano, inghiottiti dal Mediterraneo), Bar Bogart (il bar che negli anni ’80 fu gestito dallo stesso Cammariere a Firenze), Le luci spente del luna park, Lettera a mia madre, L’ultima voce prima del silenzio, e diversi altri titoli.

Come è nato Piano Nudo? «Io quando suono, sia in studio che a casa, registro tutto e tutti i giorni, e quattro anni fa, quando ho inciso Piano, ho inciso anche questo disco. Sono stati quattro anni di pensamenti e ripensamenti, poi piano piano è arrivato l’album, diciotto brani che durano in tutto 52 minuti». Come ha scelto i pezzi? «Sono nati improvvisati, li ho suonati e risuonati, ho lasciato passare un po’ di tempo e poi li ho risuonati di nuovo. E alla fine li ho scelti con il cuore. Sono sicuro che se li faccio dal vivo vengono ancora meglio: sono classici ma jazz allo stesso tempo, io li chiamo modern jazz, che è un mix fra una musica e l’altra. Un altro motivo di questo secondo album è che molti registi mi chiedevano delle musiche per i loro film».

Spiega Cammariere che «quando stavo con le major, etichette come la Sony o la Emi, se un regista voleva usare uno dei miei pezzi strumentali o pianistici lo chiedeva alle major e loro trovavano mille problemi, per esempio chiedevano cifre enormi, come 16 mila euro, per mettere anche un solo minuto di un pezzo nei film. Da quando nel 2016 sono diventato indipendente e realizzo i miei dischi, come stavolta, con Jando Music o Parco della Musica Records, ho la possibilità e la libertà di trasferire le mie musiche nel cinema. Da quell'anno, e ho registrato di nuovo i miei successi, come Tutto quello che un uomo, L’amore non si spiega, Via da questo mare e tanti altri con un’orchestra. Con questa operazione sono ridiventati di nuovo miei, di mia proprietà. E’ bello quando una tua musica dà una vibrazione, porta chi l’ascolta in un luogo sconosciuto, misterioso: soltanto allora trova il suo ruolo. Io ho sempre voluto fare dei dischi per solo pianoforte, ma con le major era impossibile: che un cantautore potesse fare un disco strumentale non era assolutamente nei loro canoni. Adesso posso, e l'ho fatto per la seconda volta».

Insomma, caro Sergio Cammariere, viva la libertà? «Sì, finalmente viva la libertà. In questo disco ho recuperato una bella dose di coraggio e ho ritrovato la magìa della musica. Non è certo poco».

Sabato 15 Maggio 2021, 21:11
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