Scatola nera, Gemitaiz&MadMan: «Noi, rapper purissimi cantiamo con Giorgia»

Venerdì 20 Settembre 2019 di Simona Orlando

Scatola nera è il cuore e, aldilà del consueto trittico tematico del rap (sesso, canne, autocelebrazione), è proprio quello che aprono Gemitaiz (il romano Davide De Luca) e MadMan (il pugliese Pierfrancesco Botrugno) in brani tipo Come me, Tutto Ok e nella titletrack del disco in uscita oggi che ha per ospite Giorgia. Il power duo, che fa grandi numeri anche separatamente, è al terzo lavoro congiunto (dopo Detto, Fatto del 2012 e Kepler del 2014) e già con il singolo Veleno7 ha battuto il record nazionale di stream giornalieri (a oggi 26 milioni di ascolti). Gem e Emme, trent'anni a testa, quindici di amicizia, ne hanno fatta di strada da quando registravano dentro a un armadio. Sono due frecce che prima volevano emergere, ora dettano legge. A bordo invitano i colleghi The Supreme, Salmo, Mahmood, Marracash, Gué Pequeno, Venerus, la rapper Priestess, e tanti producer.

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Domani fanno il firmacopie a Roma (ore 16 Discoteca Laziale), a marzo due live speciali, il 13 al Palazzo dello Sport capitolino, il 20 al Mediolanum Forum di Milano: «Un traguardo per due ragazzi di periferia che hanno iniziato nelle battaglie di freestyle davanti a trenta persone». Intanto sfoggiano tecnica e ci aggiungono debolezze: il cuore in ansia sempre, la sensazione di essere stranieri ovunque.

È un disco più melodico. Segno di maturazione?
«Siamo cresciuti e ci siamo avvicinati a generi che ascoltavamo ma non praticavamo. C'è tanto rap ortodosso, fedele alle radici, con valanghe di rime, ma anche strutture non classiche per noi. Il singolo con Giorgia ne è un esempio» .
Vi ha contattati lei?
G: «Ci ha scritto che stava in fissa con le nostre cose, le ascolta con suo figlio. Ci è venuto spontaneo invitarla su Scatola Nera, uno dei brani più belli che abbiamo scritto. Lei è di una bravura sconvolgente».

Prendi la scatola nera/ Dimmi che cosa si cela in quel filo di angoscia in cui cado la sera. Quali sono le angosce?
G: «Una tristezza che poi si ritrova in tutti gli artisti che hanno lasciato un segno. Credo che il dramma sia insito in chi ha urgenza di scrivere. La vita vera non la descrive Walt Disney».

Cantate Me ne andrò fuori, manderò i fiori. L'Italia non vi piace?
M: «È un Paese dove si respira un clima pesante, per certi versi retrogrado, ma il successo lo abbiamo avuto qui e qui restiamo».

Mi bastano gli occhi degli amici miei. Quanto contano nella comunità hip hop?
«Tanto. Forse la gente non sa che rapporto si crea con la tua squadra, sin dalla strada. Condividi molto più che le canzoni. È un orgoglio quando ce la fai e puoi dare lavoro a chi ti è stato vicino».

Fate molte citazioni cinematografiche. Mai pensato a un progetto per il grande schermo?
«Dopo anni di serate chiuse a vedere film, presto ci sarà spazio per qualcosa del genere, ma è top secret».

In Karate c'è Mahmood. Nessun pregiudizio verso chi ha osato il Festival di Sanremo?
M: «Solo i rosiconi possono averlo. Noi siamo favorevoli a portare il rap su quel palco». G: «Ho guardato il festival per supportare Mahmood e Achille Lauro e credo avessero le uniche canzoni che meritavano il successo. Si parla del rap come di un genere monotono, a me sembra che abbia in assoluto più inventiva e contaminazioni. Non è un caso che, per vendere dischi, chiunque oggi chieda un nostro contributo».

Ma voi in tv non andreste come loro o Sfera Ebbasta a X Factor?
G: «Non ci interessa, però vorremmo tanto che Coez andasse a Sanremo e lo vincesse».

 

Ultimo aggiornamento: 10:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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