Kerouac, a 50 anni dalla scomparsa
l'inquietudine tra letteratura, jazz, indie, rap

Domenica 13 Ottobre 2019 di Leonardo Jattarelli
Lo scrittore Jack Kerouac
L’ANNIVERSARIO
Jack Kerouac, uno di noi. Proprio cinquant’anni fa alle cinque e mezzo del mattino del 21 ottobre del ‘69, lo scrittore soffocava ingurgitando il suo stesso respiro malato, l’esofago in frantumi, ventisei trasfusioni sotto i ferri, la cirrosi epatica galoppante. Definitiva. Il Beat della sua folgorante Generation se ne andava come un malinconico poeta che aveva attraversato il “suo” mondo, da New York al Messico, e poi l’Europa sconosciuta da Lisbona a Ginevra, urlando «comunque vada, dobbiamo andare». L’ “On the Road” finiva lì, 47 anni di vita sregolata e felice, drogata, alcolica e drammaticamente triste, ma comunque vita voluta. Mai sopportata, imposta, “pilotata”. Se ne andava, paradossalmente, proprio quando nel mondo s’infuocavano le piazze, la Francia aveva iniziato la sua Rivoluzione giovane e tutti avrebbero ricordato per sempre il ‘68 della controcultura.


TEMATICHE
Cinquant’anni dopo, Kerouac è uno di noi, forse ancora più di quanto sia appartenuto al suo tempo, alla Beat Generation dei Gregory Corso, Allen Ginsberg, William Burroughs, Lawrence Ferlinghetti, Norman Mailer. La grandezza che sopravvive al propri anni è di chi non solo ha fatto alta letteratura ma è riuscito a lanciare idee, tematiche, sentimenti, spleen, desideri, visioni, come un enorme boomerang che passa sopra le teste, le nutre e decennio dopo decennio, torna indietro e ricomincia il suo viaggio. I suoi romanzi? Quante pagine potrebbero scriversi e si sono scritte attorno a “On the Road”, “I sotterranei”, “I vagabondi del Dharma”, “Il Dottor sax” o sulle raccolte dei suoi racconti e delle poesie? Ma quanto, ci chiediamo, ci si è soffermati anche per poco sulle contaminazioni, sulla trasversalità del “Kerouac pensiero” in vita e dopo la sua assenza? A venirci in aiuto è in particolare la musica, la sua struttura e i contenuti. 



«A quei tempi, nel 1947, il bop impazzava in tutta l’America. I ragazzi del Loop suonavano, ma con stanchezza, perché il bop era a metà strada fra il periodo del Charlie Parker di Ornithology e quello di Miles Davis». Così scrive Kerouac in “On the Road” con quella composizione linguistica, quei tempi, i silenzi, le pause, il ritmo propri del Bebop. Kerouac era uno scrittore jazz, il suo Buddha era Charlie Parker, le sue strade, quelle attorno alla 52ma dove risuonava la musica di Dizzy Gillespie, Thelonious Monk, Miles Davis, Bud Powell, Erroll Garner, e Kerouac diede vita al suo “spontaneous bop prosody”, scrittura che traeva spunto dall’improvvisazione jazzistica.
«Voglio essere considerato un poeta jazz - scriveva - uno che suona un lungo blues in una jam session d’una domenica pomeriggio». Tutto ciò che era ingabbiato doveva essere liberato, ogni recinto abbattuto e l’America in quegli anni non era proprio pronta a quel salto. Tutt’altro. 
Kerouac, mentre scrive “I vagabondi del Dharma”, trova il tempo di incidere tre album, tra il 1958 ed il 1959; poesie e musica, i suoi scritti vengono accompagnati da note jazz. Nel primo dei tre dischi, Poetry for the beat generation, si ascolta la sua voce accompagnata dal pianoforte di Steve Allen. In Blues and Haikus è con due sassofonisti, Al Cohn e Zoot Sims. Per Readings by Jack Kerouac on The Beat Generation, sceglie invece di stare da solo, leggendo estratti da “I sotterranei” e alcune poesie.
Ed erano anni di inquietudine, come i nostri, che vengono cantati dai giovani rapper, dalla generazione Indie. Stesse età, più o meno: quando Kerouac scrisse “On The Road” aveva 29 anni. I temi? Droga, sesso, assenza di spazi, alienazione, intolleranza, muri. Il pensiero sulla Beat Generation potrebbe essere il loro, oggi, 2019: «La Beat Generation è un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo». Si ascolta in “Mammastomale” (Machete feat. Gemitaiz, Izi&Salmo): «Vuoto mi sento vuoto/vorrei sparire in mare a nuoto/c’è maremoto/dite le cose in malo modo/m’ammalo d’odio». Scrive Kerouac: «Sono solo un vecchio pagliaccio depresso, esattamente come chiunque altro». L’ “On the road” di Coez s’intitola “Vai con dio”: «Abbasso il finestrino/abbasso la radio/abbasso il sedile/abbasso pure il silenzio/abbasso chi non sa che dire/ quando m’hai detto che mi pensavi/ con gli occhiali/ io t’ho chiesto se mi pensavi/ con la mani». 









PERSONALITÀ
E se Achille Lauro (nella postfazione del suo libro “Sono io Amleto” è definito «Il puk gentile della neobeat generation») in “C’est la vie” non lascia scampo («E questa strana fiaba poi che fine ha/È la più grande storia raccontata mai/siamo soli in cento personalità/mentiamo promettendo a noi non finirà/»), Jack Kerouac lascia una luce accesa affidandosi alla follia: «Le uniche persone che mi interessano sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio che esplodono simili a ragni sopra le stelle, e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno “Ooooohhh”». Fregarsene del giudizio degli altri e volare via, come è stato per lui, cinquant’anni fa. E oggi Gemitaiz rappa “Giornate vuote”: «Senza l’odio della gente non sapresti quant’è bello niente/mandali affanculo, escine sorridente/apri gli occhi e spegni il resto/se vuoi farlo, fallo adesso (ora)/credici sempre, ama te stesso».
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Errata corrige: Nella versione cartacea dell'articolo, in un box, viene citato il brano "Mammastomale" da Gemitaiz. Per la precisione il pezzo è firmato Machete feat. Gemitaz, Izi& Salmo. Nella stessa pagina la foto di Coez è sbagliata. Ce ne scusiamo con gli artisti e con i lettori. Ultimo aggiornamento: 15 Ottobre, 13:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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