Bob Sinclar: «Il successo può uccidere: Avicii stava chiedendo aiuto, nessuno l'ha capito»

Domenica 10 Giugno 2018 di Rita Vecchio

Era il 1998, l'anno di Gym Tonic. Da allora, Bob Sinclar ha fatto cantare e ballare le generazioni di ieri e di oggi. Il dj francese, pseudonimo di Christophe Le Friant, continua a cavalcare l'onda. «L'ha ascoltato il nuovo singolo?», chiede. Gentile, sorridente, si allontana dal microfono, si toglie le cuffie. Siamo nella sala di registrazione di TimMusic a Milano dove sta registrando una playlist. Il singolo di cui parla è "I Believe". Si siede. Prende lo smartphone. Lo posiziona sopra un bicchiere di vetro vuoto per amplificare il suono. E parte la musica. «Non male. Lavoro con la stessa energia di sempre. La differenza è che con me ho bravi musicisti acustici. Sembra un po' diversa dal solito. È dance, ma meno IDM e meno elettronica. È sempre la mia musica, non una direzione diversa rispetto a World, Hold On o a Love Generation. I Believe a me fa volare e spero diventi una hit estiva.

Quindi ha già pronto un nuovo disco?
«Se il singolo funziona, ho una sorpresa. Ma non anticipo nulla».

Intanto, la collaborazione con Julian Beretta.
«I dischi non esistono più e la playlist si fa digitale. Nella mia So Good, ad esempio, contiene di tutto, da Sinatra a Gainsbourg.

Vinili?
«Sono fanatico. Ne ho 35mila. Certo, non li uso più per suonare».

L'anno prossimo saranno 50 anni.
«Ehm, potrebbe ripetermi la domanda? Non ho capito».

Non è vero, ha capito benissimo.
«Per me l'età conta solo per la carta d'identità. Difficile tirare le somme, so che ho fatto cose belle. Mi sento di avere appena iniziato. Cinquanta sono i nuovi venti, lo scriva pure nell'articolo. Alcuni sembrano più vecchi per l'uso di alcol e droghe».

E lei?
«Non fumo, non bevo, non uso droghe. La mia unica droga è la musica, fin da quando ho messo piede per la prima volta in un club a Parigi. Mettermi in consolle a suonare mi fa sentire talmente bene che non ho bisogno di altro. Sono un salutista: voglio morire in piena salute».

E Avicii?
«È stato il giorno più triste nella storia della dance music. Il documentario in onda dopo la sua morte mi ha ricordato momenti emozionanti. Non tanto per la musica, ma perché vivo e ho vissuto la stessa vita».

Si spieghi.
«Le persone pensano che i dj siano sempre circondati da belle donne e con le mani in cielo a non fare nulla. E invece, conducono una vita dura: mancanza di sonno, jet-lag, il problema per alcuni di alcol e droga. È faticoso reggere, soprattutto quando non hai l'esperienza per fronteggiare folla, successo, stress. La sua morte è stata inaspettata. Ecco: se avessi visto il documentario prima, mi sarei messo in allarme. Mi chiedo come mai nessuno del suo entourage si sia accorto».

Di cosa?
«Che stava chiedendo aiuto. È come se stesse dicendo: Io non voglio suonare, non voglio essere obbligato a suonare per contratto. Tutti lo invidiavano per fama e soldi, dimenticando che quello che a lui interessava era essere apprezzato solo per la musica. Gli hanno voltato le spalle. Non lo hanno capito. È la cosa più triste di questa storia».

È un caso isolato?
«No. È una cosa comune. Pensi a Kurt Cobain: fino a pochi anni prima suonava chiedendo soldi per strada senza avere una casa. In pochissimo, è diventato un mito ed è stato accolto come un messia. Si è ucciso perché non era pronto. Si sarà chiesto: Cosa riesco a comunicare in più adesso che prima non riuscivo a comunicare?».

A lei è mai capitato di non essere capito?
«Quando faccio musica sono al sicuro, se dovessi giocare a tennis (la mia passione) di fronte a 18 mila persone forse sarei ansioso. Sono un esibizionista - e infatti sono stato testimonial di moda - e amo condividere le emozioni con la gente talentuosa, positiva, interessante».

Ha paura del terrorismo?
«In Libano, in Siria, la gente è eccitata ai concerti perché vive con la guerra alle spalle. Noi siamo snob. La sicurezza è importante, ma il rischio è sempre vigile. Penso a Trump e alla Corea. Per questo bisogna godersi la musica, per questo voglio vedere le persone sorridere e ballare. È lo scopo della mia vita. La musica è unione non allarmismo».

Per questo va a Ibiza?
«È lisola dove ci si sente liberi. Sarò al Pacha per Paris By Night. Verranno pure Albertino e Benny Benassi. Dopo Ibiza, mi trasferisco nell'altro emisfero. Sempre al sole».

Bello, no?
«Bello, sì. Ma lavoro duro».

Felice di essere in Italia?
«Amo l'Italia. Cultura, cinema, arte, donne. E la pasta al ragù».

Sente spesso la Carrà?
«Siamo in contatto a vita grazie al successo di Far L'Amore».

Milano o Roma?
«Non mi metta in difficoltà. Rispondo: Roma per la storia, Milano per la moda. Così mi salvo».
 

Ultimo aggiornamento: 13 Giugno, 22:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA