La “coppola storta”: la mafia finisce
sul lettino di Freud

Giovedì 24 Luglio 2014 di Renato Minore
Testimoni illustri come De Roberto, Capuana, Verga, Pirandello, Sciascia, Bufalino, Consolo, da ultimo lo stesso Camilleri hanno costruito «l'isola di carta» della mafia di questi ultimi centocinquanta anni con considerazioni, giudizi, figure, personaggi, stati d'animo, emozioni, sentimenti. Tutto un immaginario, una mediazione che, in forma narrativa, poetica, saggistica, teatrale, si è diffusa e ha condizionato modi di interpretazioni. In molti casi "racconti" sistematici che si sono impressi nell'immaginario, hanno a segnato approcci più veloci, giornalistici, cinematografici, televisivi. Filippo Di Forti, psicoterapeuta di lungo corso e di salda vocazione ermeneutica, nel suo libro «Immaginario della coppola storta» (edizioni Solfanelli, 170 pagine, 13 euro) propone un suo modello che, pur nutrendosi di quella materia letteraria così suggestiva e talora vincolante, se ne distacca per ciò che lui chiama «approccio psicoanalitico alla mafia».



Le idee di Freud, Fornari, Klein, Marx, Marcuse, Fromm sono il grimaldello per illuminare verità nascoste, per esplorarne zone più in ombra. Con i suoi strumenti interpretativi, la psicoanalisi può chiedersi perché la mafia abbia sempre avuto un rapporto profondo con il territorio e complicità nei luoghi comuni del costume popolare, nel silenzio e perfino nell’atteggiamento della chiesa cattolica. Con le sue parole recenti Papa Francesco ha dimostrato di essere coraggioso perché, come ben scrive Di Forti, la mafia ha necessità di avere il consenso. Se c’è un sentimento popolare di religione seppure connotato da pratiche pseudo - pagane come le processioni, il mafioso lo coltiva e se ne appropria, perché ha bisogno dell’approvazione popolare per potersi costituire come anti-stato.



Tra i terreni sondati da Di Forti, c’è la capillare capacità di penetrazione mafiosa nella società, l'assimilazione dei metodi del gangsterismo americano, il linguaggio esoterico, segnato da allusioni, cose non dette ma perfettamente percepite, gestualità essenziale. Infine il sadomasochismo alla base dei rapporti tra gli affiliati.



Ma al centro dell’analisi condotta con una strategica disposizione e disseminazione dei suoi punti di vista diffusa nei tredici capitoli del saggio, c’è la negazione del padre. Che diviene il Super Io di un gruppo in cui ogni individuo rinuncia al proprio ideale per un ideale collettivo, rappresentato dal nuovo leader o da un'idea, da un'astrazione che occupa il posto del capo. E la sacralizzazione dell’immagine materna, che diventa il «fantasma della mammasantissima» e si struttura in una famiglia governata dal matriarcato perverso nella coesione tra fratelli.



Di qui la figura del mafioso che può anche discendere dalla prima rilevazione di Pitrè, vero archetipo di una lettura della mafia di straordinaria impudenza o di straordinario orgoglio: l’orgoglio dell’essere siciliano in cui la qualità del mafioso è vista dal lato del coraggio e della dignità. Ma qui il mafioso diventa ribelle, conformista, fustigatore di costumi e, a un tempo, violento, feroce killer, senza alcuno spazio per i sentimenti. E la mafia, grazie ai «colpi di sonda» di Di Forti che la difendono da una rappresentazione chiusa nell’autosufficienza letteraria o nel determinismo degli interessi economici, si giustifica e si fonda eticamente sulla lealtà familiare, si fa tradizione, diventa costume indifferente alla legge legiferata. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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