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Tomasi di Lampedusa, lo storico Nigro: «Il silenzio di Feltrinelli per i 60 anni del Gattopardo è incomprensibile»

Tomasi di Lampedusa, lo storico Nigro: «Il silenzio di Feltrinelli per i 60 anni del Gattopardo è incomprensibile»
di Renato Minore
5 Minuti di Lettura
Giovedì 18 Ottobre 2018, 19:15

«Davvero non comprendo la decisione di Feltrinelli di non ricordare i sessanta anni dall’uscita del Gattopardo. È davvero incomprensibile questo silenzio», dice Salvatore Silvano Nigro. «È una gloria e un orgoglio averlo scoperto e lanciato in tutto il mondo, dopo che Vittorini lo aveva rifiutato e Bassani lo aveva scoperto in extremis». E poi continua Nigro, «Feltrinelli dovrebbe almeno accodarsi alle molte iniziative che ricordano l’anniversario». E parla della rivista “Europe”, «che ogni anno dedica un numero monografico a un grande scrittore e quest’anno ha appena diffuso un fascicolo tutto dedicato a Tomasi di Lampedusa, come non capita spesso per gli italiani».

Salvatore Silvano Nigro, critico e storico della letteratura italiana con cattedra alla Normale di Pisa, ha scritto molto su Tomasi di Lampedusa. Nel suo saggio “Il principe fulvo” sulla vita e le opere di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che vuole essere letto come un racconto, si avvale di molti documenti inediti, che permettono di ricostruire gli avventurosi anni giovanili dello scrittore in giro per le capitali europee: la sua vocazione burlesca, le sue passioni artistiche, i suoi rapporti con la politica, i suoi tentativi per salvare degli amici ebrei dopo la promulgazione delle leggi razziali. La scrittura del Gattopardo si confronta con le opere della biblioteca dell’autore. Per questa via, è raccontato non come un romanzo storico ma come un romanzo fantastico e allegorico, dentro il quale si muovono animali imprecanti e statue animate legate alla simbologia borbonica.

Allora Nigro come spiega che Feltrinelli non vuole celebrazioni? Forse perché è l’opera di un autore scettico che non rientra nello schema classico della letteratura pedagogica di sinistra?
«Non credo. La politica non c’entra proprio. In Italia esiste una sinistra, esiste una destra? Non si capisce. Enzo Sellerio diceva che la destra è sinistra e la sinistra maldestra. Non ci sono più schieramenti netti, la critica di sinistra non osteggia il Gattopardo. La confusione ideologica è andata al governo e non c’è più opposizione».

C’è un’altra spiegazione?
«Guardi negli ultimi tempi la grandezza di un romanzo come il "Gattopardo" in Italia è stata occultata, è entrata in una zona d’ombra, mentre ovunque in Francia in Germania in Inghilterra sono felici di ricordarlo e di ripubblicarlo sempre. Capita a molti grandi scrittori che, dopo aver avuto successo, siano seppelliti una seconda dopo la loro scomparsa con l’indifferenza e l’oblio. Pensi a Moravia, chi lo ricorda davvero oggi? Eppure, senza di lui, non si capisce il nostro Novecento».

In Italia pensa che non sia più letto?
«Ho l’impressione che i classici vengano usurati dall’uso scolastico. Pensi ai Promessi Sposi: la scuola lo ha trasformato in un’idiozia della Provvidenza. Sciascia diceva che Manzoni è un italiano senza gli italiani, un cattolico senza i cattolici, un laico senza i laici. Uno straniero, un senza patria, un emigrato. E così la storia raccontata da Tomasi di Lampedusa è stata trasformata in una storiella garibaldina».

E invece per lei è cosa è "Il Gattopardo"?
«Il suo vero modello è il grande romanzo “Le memorie di Adriano”. Un prete canadese fece leggere “Il Gattopardo” in edizione inglese alla Yourcenar che glielo restituito con tre pagine di appunti di lettura dicendo ‘Questo è un libro fratello al mio, Tomasi ha sofferto le cose che io ho sofferto, ha capito le cose che io ho capito. Il Gattopardo va letto come un grande romanzo sulla morte e sulla dignità del morire, al pari delle “Memorie”. Il principe dice io sono borbone, sono nato borbone, ora tutto si sta trasformando, forse hanno ragione, hanno vinto, ma io per dignità voglio morire borbone».

Penso a un altro scrittore che lo ha preceduto su questi temi, De Roberto?
«I viceré è un capolavoro che ha un linguaggio da scrittore positivista. La scrittura di Tomasi di Lampedusa è leggera e suggestiva. Quello di De Roberto è un libro mostruoso con una lingua degna delle mostruosità. “Il Gattopardo” ha una storia simile, ma con un linguaggio letteraria più scorrevole e piacevole. Un romanzo stendhaliamente piacevole. I viceré è un grande romanzo positivisticamente gradevole».

Come opporsi all’immagine di un uomo come Tomasi accidioso, di prolungati e imbarazzanti silenzi, assente e timidissimo, infine bagnato da un fiotto di senile creatività?
«Era un grandissimo lettore, aveva davvero letto tutti i libri, aveva una biblioteca straordinaria, fece delle lezioni di letteratura per i suoi giovani amici che dimostrano tutta la sua sapienza e conoscenza letteraria. E poi pensi alle sue lettere che sono state pubblicate, alla loro straordinaria qualità letteraria. Pensi a quelle indirizzate a Lucio e Casimiro Piccolo».

Nigro allude al “Viaggio in Europa”, quella trentina di lettere da lui recuperate nella “villa magica” dei Piccolo dei a Capo d'Orlando, “sottratte alla dispersione, alle arcane fatture, alle mani empie”. Lo scrittore inviò questi foglietti densi della sua grafia minuta e regolare ai cugini, Lucio e Casimiro Piccolo, tra il 1925 e il 1930. Il suo era un itinerario assai particolare sui luoghi della letteratura (Londra, Parigi, Berlino, Roma, Firenze) da parte di un viaggiatore che sentiva in modo particolare la solitudine delle metropoli nella vecchia Europa “supercivilizzata dove ci si sente un po' pigiati come in un autobus troppo carico”. Nella forma della "conversazione brillante" alcune lettere sono veri e propri bozzetti improntati all'estro ironico e umoristico di Chesterton, altre contengono scherzi e sberleffi riguardanti personaggi di Palermo o celie tra cugini. Nelle ultime del 1930, ambientate nella "incredibile fermentazione" di una Berlino invasa da apparecchi Telefunken dove la radio “è scesa nel popolo”, incombe la percezione dell'aura sinistra che presto invaderà l'Europa: “Tra dieci anni i tedeschi invieranno a tutte le nazioni un bigliettino, per mezzo del cameriere”.

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