Lucamaleonte: «Da Banksy a Proietti la mia arte messa al muro»

Lunedì 22 Febbraio 2021 di Matteo Maffucci
Lo street artist Lucamaleonte

Disegnate un piccione, replicatelo all’infinito e accostate questo “mucchio” di volatili all’immagine di una lupa. Poi visualizzate il tutto sul muro di un qualsiasi palazzo della vostra città. Siete di fronte a un’opera di Lucamaleonte, romano, 33 anni, ormai da tempo fra i più importanti protagonisti del circuito internazionale della Urban Art. Forma espressiva ormai popolarissima, nata per strada e oggi arrivata ovunque, anche nei musei, è un’arte che sorprende e coinvolge tutti, anche il mercato specializzato. Ci sono palazzi, strade e capannoni che grazie a questi artisti - Banksy, Invader, Obey e tanti altri - hanno visto triplicare il loro valore commerciale. E case d’asta di tutto il mondo vendono ogni giorno le loro opere a svariati milioni di dollari. Insomma, l’Urban Art è una cosa seria.


Il murales con Gigi Proietti, realizzato pochi giorni dopo la sua morte sulla facciata della palazzina dove l’artista trascorse l’infanzia, ha fatto il giro del mondo. Com’è andata?
«La realizzazione del murales D’après Gigi in via Tonale 6, nel quartiere Tufello di Roma, è stata talmente veloce che quasi non mi sono reso conto di quello che stavo facendo e dell’impatto che avrebbe avuto. La fondazione Pastificio Cerere, realtà storica dell’arte contemporanea romana, mi ha contattato per realizzarlo con Ater e, successivamente, con l’As Roma. Per me è stato un onore dipingere una figura così iconica per Roma. Ora sempre con loro realizzerò altri personaggi romani e romanisti».

Ci racconta l’opera cosa ha realizzato per Il Messaggero?.
«La città è nostra (Mucchio di piccioni) rientra nei “mucchi di animali” che sto realizzando da qualche anno. L’idea è rendere l’animale un simbolo, un totem, e replicarlo fino a farlo diventare un pattern. Stavolta ho inserito un elemento di rottura, la lupa, circondata da piccioni. Che per me sono animali punk antisistema: vivendo in città, resistono a tutto».
Che cos’è per lei la Urban Art?
«Un contenitore un po’ vago, oggi preferisco il termine Arte pubblica. Ho passato anni a dipingere in giro in maniera libera, senza etichette, e oggi mi piace farlo in qualsiasi contesto risulti stimolante».
Qual è la forza della Urban Art?
«Creare un cortocircuito per chi è abituato a vivere gli spazi urbani senza esserne realmente attratto. Cambia il panorama cittadino e quindi le abitudini delle persone».
Qual è la sua formazione artistica e quando ha capito che voleva vivere d’arte? 
«Ho studiato all’Istituto Centrale per il Restauro di Roma. Ho sempre saputo che avrei lavorato nell’arte, ma non immaginavo di farlo prima per strada e poi ovunque».
Negli ultimi anni tanti artisti come lei sono stati coinvolti in operazioni di marketing. Che rapporto ha con i vari marchi? 

«Normalissimo. Se siamo in sintonia, ci lavoro. Ho trovato una giusta via di mezzo tra rappresentazione artistica e visione commerciale del mio lavoro. A volte va bene, altre meno bene».
Qual è la città che architettonicamente più si adatta alle sue esigenze artistiche?
«Mi vengono in mente New York e Salvador de Bahia, ma la verità è che non ho una città preferita. Amo dipingere in piccoli centri dove esiste ancora il concetto di comunità. E mi piace adattarmi ai supporti che trovo».
È uno dei pochi artisti italiani ad aver collaborato con Banksy. L’ha visto?
«Nel 2008 sono stato invitato al Cans Festival di Londra dedicato alla Stencil Art, organizzato da Banksy, anche se io non lo sapevo. Trenta artisti provenienti da tutto il mondo hanno dipinto per una settimana in un tunnel chiuso al traffico. Quando ne siamo usciti di fronte a noi c’erano trentamila persone. È stato un evento che ha cambiato la mia vita. Lui non l’ho visto, ma era di sicuro tra la folla a godersi tutto lo spettacolo».
 

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