Zeffirelli, quel profeta di patria e bellezza

Domenica 16 Giugno 2019 di ​Mario Ajello
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Zeffirelli, quel profeta di patria e bellezza

Patria e mondo, prima che fosse stato inventato il glocal. Il miracolo Zeffirelli, in un Paese purtroppo non immune dallo Strapaese, è custodito in questa miscela che poi è quella che ha sempre reso grande il genio italiano. Nessun paragone diretto, naturalmente, con Leonardo, ma Zeffirelli muore esattamente a 500 anni dalla morte del da Vinci: entrambi toscani, duttili, poliedrici, imprevedibili e spettacolari, incarnazioni perfette, ognuno al proprio livello e nel suo tempo, del Made in Italy. Cioè di quella miscela che in tutte le opere di Zeffirelli, nel cinema, nel teatro, in televisione, come scenografo e sceneggiatore o come regista, è composta di estrema raffinatezza non solo estetica - attraverso la bellezza possiamo avvicinarci a comprendere la verità, diceva Platone e Zeffirelli deve aver preso appunti - e di inarrivabile gusto pop. Basti pensare al suo Francesco d’Assisi di Fratello Sole, anti-intellettuale rispetto a quello della Cavani; così come lo è stato il suo Gesù di Nazareth rispetto a quello di Pasolini - in cui il grande regista lanciò nel ‘72 le canzoni di Claudio Baglioni. E da popstar internazionale spaziava - altro che Elton John! - tra la Traviata e Romeo e Giulietta (per sfottere la sua passione scespiriana lo chiamavano Scespirelli), mescolava Visconti, la Callas e la Viola. Chi? La Fiorentina, naturalmente. 

Indimenticabili le risse calcistiche con Carmelo Bene o con Boniperti al grande Processo del lunedì. «Il calcio - sosteneva - è un trucco per restare giovani. A comportarsi in maniera puerile, a urlare come pazzi, non s’invecchia. È vero, qualche volta si trascende. Ma c’è qualcosa di straordinario anche nella rappresentazione di un sentimento di guerra». Leggero, ma in realtà sempre profondo Zeffirelli. Le caratteristiche dello stile italiano le aveva tutte. La bellezza - delle messe in scena, dei paesaggi, delle musiche, dei costumi, dei dialoghi e dell’intero apparato spettacolare - come identità. La competenza come fattore creativo “caldo” e non come fredda professionalità. L’innovazione coniugata alla tradizione. La storia nazionale come cifra da cui partire e a cui tornare viaggiando in ogni tipo di immaginario del nostro Occidente. Sembra quasi che certe parole le avesse scritte pensando a lui Friedrich Nietzsche. Queste: «Il genio italiano ha usato nel modo di gran lunga più libero e fine ciò che ha preso a prestito e ci ha messo dentro molto di più di quello che ne ha ricavato, essendo il genio più ricco, che più poteva donare». 

Nella diffidenza verso l’uniformità - non ha mai perdonato al suo mito Visconti lo scadimento finto-comunisteggiante - e verso il conformismo, anche il conformismo politico e comportamentale visto che tutto si poteva dire di lui tranne che fosse un tipo mainstream o politicamente corretto, trovava la sua unicità creativa. Negli anni intorno al ‘68, è stato l’unico non sessantottino. “Il solo anti-comunista”, si autodefiniva: “Mi odiano perché non mi accodo, e anche perché credo in Dio”. 

Da cattolico, la connessione tra il bello e il bene gli apparteneva. Anche in maniera barocca. Ma nessuno italiano, o quasi, è riuscito come lui a unire la società del gusto (e il sapore è stata la forza dei suoi capolavori) e la società dei consumi in cui le sue opere teatrali e cinematografiche si sono sempre inserite con una naturalezza di grande successo ed estremamente democratica nel suo intercalassimo, nella capacità di piacere a tutti. In fondo anche a quelli che non gli perdonavano la grandezza. E che al contrario di lui hanno sempre avuto un’idea gelosa, cioè in fondo asfittica e anti-patriottica, della cultura.
 

Ultimo aggiornamento: 13:08 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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