I banchi con le rotelle al macero: «Nessuno li vuole». Lo strappo di una scuola di Venezia

i banchi con le rotella della scuola veneziana
di Raffaella Vittadello
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Venerdì 29 Ottobre 2021, 09:49 - Ultimo aggiornamento: 10:56

Dovevano essere l’icona della buona scuola, il vessillo del distanziamento in classe per rimanere in aula anche durante la pandemia e il simbolo dell’innovazione.
Oggi i nuovissimi banchi a rotelle, introdotti con tante polemiche dall’ex ministro Lucia Azzolina, vanno al macero, inutilizzati, insieme a centinaia e centinaia di lotti di mascherine che puzzano di petrolio, inutilizzabili, rimasti impacchettati come sono stati consegnati.
Capita a Venezia, dove la logistica è costosa e complicata: ieri mattina un’imbarcazione da trasporto della ditta Boscolo Bielo ha decretato la fine di una fornitura di circa 40 banchi a rotelle del Liceo scientifico Benedetti, in fondamenta Santa Giustina, che li aveva stipati in un magazzino appena erano arrivati.


Ma è capitato un po’ dappertutto, in Italia, che i banchi a seduta monoposto siano stati ritirati. O perché non ignifughi, o perché le misure non sono state ritenute compatibili con il distanziamento e con i centimetri necessari per garantire la sicurezza dei corridoi, fatto sta che i dirigenti che li hanno ordinati spesso sono ritornati sui loro passi.

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COMODI E SCOMODI
Banchi comodi, da un lato, per allestire le aule a capienza variabile che, soprattutto a Venezia, si trovano spesso all’interno di palazzi antichi o con spazi che altrimenti non consentirebbero il distanziamento. 
Ma banchi scomodi per gli studenti, costretti a scrivere in una posizione poco corretta e con un piano d’appoggio di dimensioni microscopiche. E con inevitabili ripercussioni disciplinari, nei rari casi di impiego didattico, perché pur progettati con le migliori intenzioni si scontravano poi con la goliardia dei ragazzi che si lanciavano in acrobazie rumorose e spericolate.
Sulla vicenda è intervenuto anche l’assessore comunale veneziano Renato Boraso. «Farò un esposto alla Corte dei conti. Qualcuno dei 5 stelle a Roma deve pagare il conto. In giro per l’Italia 400 milioni buttati via. Non sono buoni neanche per darli alle scuole dei paesi più poveri».

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SUI SOCIAL
L’immagine della barca carica di banchi da smaltire, pur in perfetto stato, ha fatto il giro dei social diventando virale.
Non è sfuggita a Raffaele Speranzon, capogruppo di Fratelli d’Italia in consiglio regionale: «Quel mucchio di banchi destinati al macero fa infuriare: sono stati spesi oltre cento milioni di euro di denaro pubblico, un investimento completamente inutile visto che sono passati direttamente dai magazzini alla discarica. Perché si è insistito tanto per acquistarli, quando tutti si erano dichiarati perplessi, se non esplicitamente contrari? Perché si è voluto pagare un banco che costa il triplo di quelli tradizionali per poi abbandonarli in qualche sottoscala e tirarli fuori solo per il loro ultimo viaggio verso lo smaltimento? Mi auguro che su questo fatto intervenga la Corte dei Conti: la foto di quella barca piena di banchi da buttare è la testimonianza di un fallimento e di un danno grave per le casse dello Stato, e qualcuno deve prendersene la responsabilità».

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SMALTIMENTO
La dirigente scolastica del Benedetti Tommaseo non parla, al suo posto lo fa la ditta incaricata di prelevare il materiale destinato allo smaltimento, che si chiama Rete Srl, Recuperi tecnologici. 
«La scuola, per la verità, ha tentato di regalare questi banchi a vari enti - spiega il titolare di Rete, Sebastiano Marascalchi - insieme a del gel che lasciava una patina sulle mani e non risultava adatto per gli studenti. Il gel è stato donato, i banchi non li ha voluti nessuno e non c’è stata altra scelta che la discarica. Bisogna tener conto che poi a Venezia, anche se regali qualcosa, c’è il problema del trasporto via acqua e della manodopera, che incide più del costo della merce stessa. A volte la donazione è una scelta che non conviene nemmeno».
Fatto sta che i banchi del liceo scientifico ieri sono stati prelevati, insieme ad apparecchiature elettroniche ormai obsolete, e portate via in barca per essere caricate su camion, in terraferma, e finire ai centri di raccolta. A seconda della catalogazione del rifiuto. Con un’altra spesa.

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