Aborti, in Italia sono sempre meno. Ma a Roma manifesto choc

Martedì 15 Maggio 2018 di Valentina Arcovio
Aborti, in Italia sono sempre meno. Ma a Roma manifesto choc

Per quasi 40 anni è stata costantemente nell'occhio del ciclone. La legge 194 che ha depenalizzato l'aborto in Italia è stata continuamente contestata, criticata e disapprovata. Non ultimo il caso del manifesto choc affisso per Roma, in cui è raffigurato un enorme pancione con la scritta «Aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo».

Tuttavia, a pochi giorni nel suo ingresso negli anta, il bilancio della legge italiana sull'aborto stando ai numeri non è negativo. Anzi, grazie alla sua entrata in vigore, il 22 maggio del 1978, per la prima volta le interruzioni volontarie di gravidanza sono scese di quasi il 75%. Si è infatti passati dagli oltre 234mila aborti nel 1982 a meno di 60mila nel 2017. Un dato che dimostra inequivocabilmente che la legge 194, pur con tutte le sue criticità, ha funzionato.

Non è un caso se l'ultimo rapporto del Guttmacher Institute, una delle principali organizzazioni di ricerca e politica impegnata a promuovere la salute, i diritti sessuali e riproduttivi nel mondo, considera la nostra legge sull'aborto tra le migliori al mondo. Perché non solo ha reso più sicura l'interruzione volontaria di gravidanza, ostacolando il pericoloso fenomeno degli aborti clandestini, ma ha portato anche a un calo generale degli aborti. Secondo i dati della Relazione annuale del ministero della Salute sull'applicazione della Legge 194, sono già diversi anni che il numero degli aborti in Italia è in diminuzione. Infatti, nel 2016 sono state effettuate 84.926 interruzioni di gravidanza, il 3,1% in meno rispetto all'anno precedente.

Nel 2015 è stato registrato il calo più significativo, superiore al 9%: si è passati infatti dai 96.578 aborti nel 2014 agli 87.639. In generale, un terzo delle interruzioni di gravidanza volontarie viene praticato dalle donne straniere, anche se, come per le italiane, il numero degli aborti è in diminuzione. Certo, anche nel nostro paese permangono delle criticità, come sottolinea l'Associazione Coscioni. In primis, quelle derivanti dall'alto numero di obiettori di coscienza e dalla scarsa organizzazione di alcune strutture ospedaliere che ostacolano l'accesso delle donne all'aborto in molte parti d'Italia. E mentre si chiedono provvedimenti per evitare interruzioni o ritardi nel servizio, il manifesto choc affisso nella Capitale ha sollevato un nuovo polverone di polemiche.

L'iniziativa della campagna di CitizenGO in vista della Marcia per la Vita prevista per il prossimo sabato a Roma, ha indignato molti e dal web sono partite le richieste alla sindaca Virginia Raggi di rimuovere il manifesto. Il Campidoglio fa sapere che i manifesti sono affissi su spazi non comunali, anche se giudica lo slogan «brutale» perché «temi così delicati meritano una particolare attenzione e sensibilità».

LE CONDANNE
Ma la condanna arriva da gran parte del mondo politico. La senatrice del Pd Monica Cirinna chiede l'intervento delle istituzioni «a partire dall'Autorità delle Comunicazioni». Per la Cgil il manifesto rappresenta «l'ennesimo attacco contro la libertà di scelta delle donne». Ne chiedono la rimozione le consigliere dei gruppi capitolini del Pd e della Lista Civica, le quali si domandano «come sia possibile che vengano autorizzati questo tipo di messaggi che colpevolizzano le donne».

Della stessa opinione l'assessore regionale Lorenza Bonaccorsi, la Rebel Network, la rete femminista per i diritti, e Stefano Fassina che presenterà alla Raggi una interrogazione per una rimozione immediata. Unici a difenderlo i rappresentanti della Lega, il deputato Alessandro Pagano e il senatore Simone Pillon, secondo il quale è «purtroppo una triste realtà che in paesi come Cina e India l'aborto sia la prima causa di femminicidio visto che gli embrioni vengono selezionati sulla base del sesso».

Ultimo aggiornamento: 12:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA