Agguato a Roma, così l'ultrà ucciso amico di Carminati tentò la scalata della Lazio

Giovedì 8 Agosto 2019
Fabrizio Piscitelli
Lascia alle spalle un testamento fondato sul fanatismo. Fabrizio Piscitelli 53 anni, in arte Diabolik, ha seminato violenza dentro e fuori la curva Nord. Ultras, estremista di destra e criminale. Con orgoglio rivendicava di essere stato lui, assieme a un gruppo di fedelissimi, a riscattare il tifo estremo biancoceleste. A condurre gli Irriducibili, gruppo egemone tra i supporter laziali, un tempo bistrattati ad essere rispettati e temuti: «Venivamo da una generazione, quella prima della nostra, che era sempre scappata». Noi «abbiamo detto che dovevamo - racconta Piscitelli in un'intervista del 2000 - cominciare a farci sentire».

Diabolik, sposato e con due figlie, è stato per più di 20 anni al centro dello storico direttivo', composto anche da Fabrizio Toffolo, Paolo Arcivieri e Yuri Alviti. Sedeva lui al vertice e aveva plasmato a suo piacimento la curva Nord: «Noi i pullman» degli altri tifosi «li bloccavamo, gli spaccavamo» i finestrini, e «gli tiravamo la torcia dentro, aspettavamo che uscissero fuori per ammazzarci». Un modo questo - sempre per Diabolik, per «sentirsi vivi». Una condizione di gioa superata unicamente - secondo il suo pensiero - dallo «scontro con le guardie». Ma il suo non era un hobby, se così si può definire, a costo zero. Piscitelli, nel corso degli anni, era riuscito a mettere su un business niente male. Aveva drenato parte delle risorse ricavate dal merchandising, collegato alla tifoseria laziale, e lo aveva riversato in attività illegali. Questa la tesi degli inquirenti.

GLI AFFARI
Gli affari per Diabolik andavano a gonfie vele. La finanza, nel luglio del 2016, gli aveva confiscato beni per un valore che superava i 2 milioni di euro (una parte poi restituita dal Tribunale). Nell'ottobre del 2013, dopo un periodo di latitanza, era stato arrestato. Era considerato, dagli investigatori, al centro di un rete di narcotraffico tra Spagna e Italia. Nel 2015 era stato ritenuto responsabile, assieme ad altri capi della tifoseria organizzata biancoceleste, di estorsione ai danni del presidente della Lazio Claudio Lotito. Piscitelli, a suon di minacce, voleva costringere il numero uno del club a vendere le sue azioni a una cordata di imprenditori.

La fama di Diabolik, nel corso degli anni, aveva però superato i confini del tifo violento fino a diventare uno da rispettare nel mondo della mala. La riprova era stata data dal fatto che il suo nome era comparso nelle carte dell'inchiesta giudiziaria che aveva sconvolto Roma, Mafia Capitale.

MAFIA CAPITALE
Diabolik emergeva nelle reti criminali che erano entrate in contatto Massimo Carminati. «Tutti erano concordi nell'affermare che su Ponte Milvio opera una batteria pericolosa con a capo Fabrizio Piscitelli e della quale facevano parte soggetti albanesi; che la predetta batteria era al servizio dei napoletani ormai insediatisi a Roma nord, tra cui i fratelli Esposito facenti capo a Michele Senese». Così scrivevano i Ros in relazione allo spartizione della zona di Ponte Milvio, dove nella cura dei suoi Carminati doveva tenere conto della presenza di batterie che facevano riferimento a Senese, boss della camorra. E proprio nell'orbita di Michele o pazzo si sarebbe mosso Piscitelli con il suo gruppo, di cui facevano parte anche gli albanesi.

Ma il cuore di Piscitelli batteva sempre per la Lazio. E così, dopo i 4 anni e due mesi in carcere per droga, Diabolik decise nel luglio del 2017 di riprendersi quello che era sempre stato il suo regno. La curva Nord. «Noi per il bene della Lazio volevamo andare dentro gli stadi, entrare nelle altre curve e ammazzarli. Perché noi ci dovevamo sentire vivi - concludeva Diabolik nell'intervista - in un mondo di morti».
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