Omicidio Vannini, i genitori di Marco al cimitero: «In questa storia non ci sono vincitori ma solo vinti»

Omicidio Vannini, i genitori di Marco al cimitero: «In questa storia non ci sono vincitori ma solo vinti»
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Martedì 4 Maggio 2021, 18:20 - Ultimo aggiornamento: 18:22

Lo avevano annunciato ieri, i signori Vannini, dopo la decisione della Cassazione. «Ora possiamo andare a portare un fiore sulla tomba di Marco, giustizia è stata fatta».  E così questa mattina i genitori del ventenne ucciso nel 2015 da un colpo di pistola partito dalla pistola di Antonio Ciontoli, padre della sua fidanzata, hanno mantenuto quella promessa e si sono recati nel cimitero di Cerveteri per depositare un mazzo di fiori bianchi sulla lapide del figlio. «In questa tragedia non ci sono vincitori ma solo vinti ed il primo proprio Marco», hanno affermato tramite il loro legale, Valerio e Marina, i genitori del ragazzo che a distanza di 24 ore dalla pronuncia della Cassazione che ha ribadito la condanna a 14 anni per Ciontoli, accusato di omicidio volontario con dolo eventuale, e quella a 9 anni e 4 mesi inflitta ai suoi due figli, Martina e Federico e alla moglie Maria Pezzillo, non nascondo l'emozione per un percorso doloroso durato sei anni.

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Una storia triste - «Una storia in cui sono vinti anche i genitori di Marco - spiega il legale Celestino Gnazi - e l'intera famiglia Ciontoli. Spero per loro che adesso si apra un percorso che gli faccia assumere le responsabilità di quanto hanno compiuto». Per il legale dei Vannini questo è un momento di «profonda tristezza». La famiglia Ciontoli si è costituita in carcere nella serata di ieri. Per la moglie e i figli, i giudici della Suprema Corte hanno trasformato il «concorso anomalo» in «concorso semplice attenuato dal minimo ruolo e apporto causale». Ma nulla è cambiato ai fini delle pene, che restano le stesse inflitte nell'appello bis nel settembre scorso.

La ricostruzione - In sostanza la Cassazione ha totalmente confermato l'impianto accusatorio definito dalla Corte d'Appello. Marco Vannini, mentre si trovava nella villetta della fidanzata Martina, la sera del 17 maggio 2015, fu raggiunto da un proiettili dalla pistola di Ciontoli. Da quel preciso momento viene messa in atto una strategia fatta di ritardi e omissioni che hanno portato alla morte per emorragia del giovane. Ciontoli, probabilmente nel tentativo di preservare la sua carriera militare, parlò di un attacco d'ansia, di una ferita con un pettine a punta. Invece Marco era in agonia perché il proiettile era arrivato al cuore. A ucciderlo, diranno poi i giudici, l'imprudenza e il ritardo nell'attivazione dei soccorsi. La morte di Marco sopraggiunse, avevano scritto i giudici di secondo grado, dopo il colpo di pistola «ascrivibile soltanto ad Antonio Ciontoli» che «rimase inerte ostacolando i soccorsi» e fu «la conseguenza sia delle lesioni causate dallo sparo che della mancanza di soccorsi che, certamente, se tempestivamente attivati, avrebbero scongiurato l'effetto infausto». Per l'accusa, quindi, «tutti mentirono, tutti hanno tenuto condotte omissive e reticenti».

Il sindaco di Ladispoli - Per il sindaco di Ladispoli, Alessandro Grando, con la decisione di ieri si chiude «una storia drammatica che resterà impressa nella memoria di tutti». Una tragedia «che ha colpito l'intera comunità che rappresento». Il primo cittadino del Comune del litorale romano afferma, inoltre, che non sta a lui «giudicare se le pene siano adeguate alla gravità del reato commesso, anche se molti, compreso il sottoscritto, ritengono che la vita di un ragazzo di vent'anni meritasse una condanna decisamente più severa». 

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