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Omicidio Vannini, per i Ciontoli è la prima notte in cella. Antonio: «Posso stare con mio figlio?»

Omicidio Vannini, per i Ciontoli è la prima notte in cella: «Posso stare con mio figlio?»
di Emanuele Rossi e Flaminia Savelli
4 Minuti di Lettura
Mercoledì 5 Maggio 2021, 00:27 - Ultimo aggiornamento: 6 Maggio, 10:21

Da una tranquilla vita borghese in una villetta di Ladispoli al girone infernale del carcere: per tutta la famiglia Ciontoli si sono aperte le porte di Regina Coeli e Rebibbia. Condannati in via definitiva dopo sei anni di processo e cinque gradi di giudizio. Colpevoli di aver ucciso Marco Vannini, il 20enne di Cerveteri. Il padre Antonio insieme al figlio Federico - condannato il primo a 14 anni, l’altro a 9 anni e 4 mesi- lunedì a mezzanotte in punto si sono presentati scortati dai carabinieri di Civitavecchia all’ingresso detenuti di Regina Coeli. Hanno depositato gli effetti personali agli agenti del penitenziario. L’ex militare, di 51 anni, ha consegnato anche la sua cartella clinica perché soffre di patologie cardiache. Spogliato di tutto, eccetto della fede nuziale. Poi hanno avuto un breve colloquio con lo psicologo: «Posso stare in stanza con mio figlio? È solo un ragazzo», è stata l’unica richiesta avanzata da Ciontoli padre. Respinta. Per «questioni di protocollo».

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I due detenuti infatti sono stati accompagnati al centro clinico (Sai) della prigione dove dovranno trascorrere la quarantena. Un isolamento previsto dal protocollo anti Covid. Sono stati quindi trasferiti nelle rispettive celle dell’infermeria, attigue, dove sono sorvegliati a vista. Quindi la notte più buia. La notte più lunga nel penitenziario: le prime ore padre e figlio le hanno trascorse guardando la tv. I servizi sul maxi processo e sulla loro carcerazione hanno riempito il silenzio del reparto fino a tarda notte. Poi è calato il silenzio nel corridoio e tra padre e figlio, divisi solo dal muro della cella. Per questioni di sicurezza dormono con lenzuola di carta: una procedura per le situazioni considerate “a rischio”. 

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NELLA STESSA CELLA

Il più provato è Federico, 29 anni: «Non ho neanche la forza di parlare, credetemi» dice Viola, la fidanzata. Ora ad Antonio e Federico Ciontoli non resta che aspettare. Al termine della quarantena verranno destinati nei rispettivi reparti di Rebibbia dove si trovano già Maria Pezzillo e Martina, l’altra parte della famiglia. Le due donne si trovano nella sezione femminile, anche in questo caso dovranno trascorrere la quarantena nell’infermeria del carcere. Ma sono state destinate alla stessa cella. Martina, 26 anni e fidanzata di Marco all’epoca del delitto, poco dopo l’arrivo a Rebibbia ha chiesto di poter parlare con il suo attuale compagno. Richiesta negata. Perché per ottenere un colloquio telefonico dovrà eseguire la procedura prevista dal carcere. Insieme alla madre, è stata quindi accompagnata nella cella dell’infermeria dove sono video sorvegliate. Pure loro, solo al termine della quarantena verranno destinate ai reparti dove sconteranno la condanna a 9 anni e 4 mesi. 

IL RICORDO 

Mentre la famiglia Ciontoli trascorreva il primo giorno di galera, i genitori di Marco sono stati al cimitero di Cerveteri. Marina Conte, la madre, lo aveva detto. «Se il mio angelo biondo avrà giustizia, gli porterò finalmente quel mazzo di fiori promesso, un gesto per dirgli che ora può riposare in pace». Così ha raggiunto la tomba di Marco, in compagnia del marito, Valerio, che l’ha sempre affiancata in questi sei anni durissimi. Una confezione di rose gialle, bianche e poi i girasoli, i preferiti di Marco. «Lui è un girasole – si lascia andare all’emozione – è biondo e dove sta il sole c’è lui. È il fiore dei giovani». Marina pensa ancora alla sentenza. «Appena mio nipote mi ha rincorsa per dirmelo – racconta – ho scritto un sms a Marco per dirgli che giustizia è stata fatta. Poi ho chiamato mia madre».
 

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