Mario Improta e la vignetta sui lager: «La rifarei, non sono pentito»

Martedì 17 Dicembre 2019 di Lorenzo De Cicco

«Quella vignetta? La rifarei, non sono pentito», dice Marione, al secolo Mario Improta.

Nessun ripensamento sul paragone Ue-Olocausto?
«È libertà di satira. E se la satira non è un pugno nello stomaco, non è satira, pensiamo a Charlie Hebdo. Ne avevo già fatte di vignette così. Lo sanno tutti, non sono tipo da Pimpa».

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Anche se lei è, anzi era, un collaboratore del sindaco di Roma.
«Infatti capisco la posizione della sindaca, approvo la sua decisione. Avevo mandato io un messaggio al suo staff: se serve faccio un passo indietro. Poi lei mi ha chiamato per dirmi che era in imbarazzo. Tanto il lavoro era finito, dovevo fare le vignette, le ho consegnate, hanno stampato il libro. Anzi, non andrò alle presentazioni in giro per le scuole, potrò dedicare più tempo al mio lavoro e alla mia attività politica».

Con il Movimento 5 Stelle?
«No, sono uscito dopo l'accordo con il Pd. Da attivista li avevo pregati: non fate quel patto al governo. Non mi hanno ascoltato. Ora sono un dirigente di Vox Italia».

Una filiale dell'estrema destra spagnola?
«No, noi siamo socialisti e statalisti».

Torniamo ai suoi disegni per il Comune: ha dipinto Raggi come un'eroina anti-degrado, mentre la città affonda nel pattume. La sindaca-manga è stata un'idea spontanea o spintanea?
«Idea mia, ma capisco le critiche. La città è ferma, non parlo solo del Comune, della politica in generale. Ci vorrebbe qualcuno che non ha paura di sbagliare o di incappare in indagini. Raggi prima dell'incarico l'avevo vista solo una volta. Poi l'ho sempre difesa, contro tutto e tutti».
 

Ultimo aggiornamento: 17:04 © RIPRODUZIONE RISERVATA