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Incendi a Roma, Enrico Vanzina: «Le tante zavorre di una città che vuole ripartire»

Incendi a Roma, Enrico Vanzina: «Le tante zavorre di una città che vuole ripartire»
di Enrico Vanzina
4 Minuti di Lettura
Domenica 10 Luglio 2022, 00:03 - Ultimo aggiornamento: 15:55

Fiamme, esplosioni, boati, colonne di fumo nero, aria irrespirabile, cittadini in fuga dai loro palazzi. Queste sono le scene da film catastrofico che hanno funestato un pomeriggio di luglio torrido del quadrante Est della nostra Capitale, zona Centocelle, Quadraro, Palmiro Togliatti. Ma non è la prima volta. Negli ultimi giorni, Roma è stata devastata e asfissiata a ripetizione, in varie zone, da incendi spaventosi visibili a chilometri di distanza. Come se il fuoco fosse diventato una consuetudine tragica, quasi una maledizione, per la nostra città.
Il guaio è che non si tratta di una maledizione. Dietro a questi disastri ambientali esistono responsabilità ben precise. Un deputato vicino al sindaco Gualtieri punta il dito contro i piromani, criminalità organizzata o cani sciolti che siano, lo stabiliranno le indagini della magistratura. Ma le responsabilità non si fermano qui. Il fuoco, forse partito da sterpaglie di un parco, si è allargato a dismisura invadendo una zona di autodemolitori, con conseguenti esplosioni delle auto presenti. Sono anni che questi autodemolitori non dovrebbero più stazionare all’interno della cinta urbana. Ma nulla si è fatto per attuare questo progetto di messa in sicurezza del territorio. Così come nulla si è fatto nel tempo per sfalciare l’erba, le sterpaglie dei parchi, i rovi che crescono in maniera selvaggia ovunque, diventando una facile miccia per fa divampare gli incendi. Insomma, la Roma Capitale che vuole competere con le grandi capitali del mondo non si è attrezzata per prevenire questi disastri ambientali. È una Roma che frena il suo sviluppo. Che arranca. Che non sale sul treno della contemporaneità.

LE DUE FACCE

Tutto questo è accaduto proprio nel giorno in cui un’altra Roma si stava preparando a lanciare un messaggio di ripartenza. Ci riferiamo al grande concerto dei Maneskin al Circo Massimo. Una riunione di migliaia di giovani i quali, attraverso la musica, hanno deciso di riappropriarsi di una fetta di speranza condivisa: ripartire insieme mettendo fine a due anni di isolamento forzato. Un maxi concerto per voltare pagina, anche adottando - ci auguriamo - le dovute precauzioni anti contagio. Due facce contrapposte di Roma. Una che si crogiola nei suoi mali antichi, un’altra che vuole promuovere la sua dimensione moderna con eventi di stampo internazionale.
Da cronisti romani è doloroso dover commentare queste fiamme che bruciano non solo la città ma aneliti di speranze. Qui il fuoco bruciò la prima volta per mano di Nerone. Una pagina che avrebbe dovuto insegnarci qualcosa nel corso dei secoli successivi. Invece quel desiderio di fuoco masochista non si è mai spento. Ogni tanto riparte con feroce potenza trovando un terreno fertile per incuria e ritardi di prevenzione. Come oggi a Centocelle. Come pochi giorni fa in altri quartieri. Come forse domani in altri ancora.
I mali endemici della capitale sono tanti: spazzatura, strade, discariche, inquinamento, scarsa attenzione per il Tevere, alberi in bilico da tutti i punti di vista. Ma il fuoco è quello più devastante. Non solo da un punto di vista ambientale e della sicurezza. Lo è da un punto di vista simbolico. Circa duemila anni fa la capitale dell’Impero più potente del mondo fu arsa nel corso di una notte da un incendio appiccato dalla follia del suo uomo più potente. Evento imprevedibile. Oggi, e forse è peggio, basta la sigaretta di un cretino, evento prevedibile, a provocare la stessa tragedia visto che gli uomini i quali da anni detengono il potere non fanno nulla per provare ad evitarla con interventi degni di una moderna coscienza metropolitana.

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