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Guerra in Ucraina, il Prefetto Piantedosi: «Ci sarà un tetto per tutti i profughi»

Il prefetto: «Dobbiamo intercettare tutti gli arrivi, molti dei quali autonomi»

Guerra in Ucraina, il Prefetto Piantedosi: «Ci sarà un tetto per tutti i profughi»
di Camilla Mozzetti
5 Minuti di Lettura
Lunedì 7 Marzo 2022, 13:08

Sono già oltre 10 mila - stando ai dati del Viminale - gli ucraini entrati in Italia e di questi «un migliaio sono arrivati a Roma e in provincia», spiega il Prefetto Matteo Piantedosi. Domenica pomeriggio, ore 18.30: le luci del suo ufficio a palazzo Valentini sono accese. Si lavora senza sosta per mettere a punto il piano di accoglienza per tutti coloro che stanno scappando dalla guerra.

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Signor Prefetto, oggi si terrà la prima riunione della cabina di regia istituita insieme a Regione, Comune, Protezione Civile, Anci, terzo settore nonché Questura, come si andrà avanti?
«La prima cosa da fare è mettere sotto controllo e intercettare tutti gli arrivi, molti dei quali sono spontanei ed autonomi. C’è stata una miriade di iniziative sul territorio e di persone legate da vincoli parentali e dall’afflato volontaristico di molti che hanno messo in campo diversi progetti e dunque i cittadini ucraini sono iniziati ad arrivare senza passare per un canale istituzionale. È stato necessario istituire una cabina di regia per creare circolarità delle notizie e delle persone anche con Ambasciata e Consolato ucraini».


Quante sono le persone arrivate ad oggi a Roma e in provincia?
«Da un primo confronto con la Protezione civile regionale ne sono state contate un migliaio ma riteniamo siano di più. Dai Castelli diversi sindaci mi hanno confermato la presenza sul territorio di molti ucraini e crediamo in un sensibile incremento, motivo per cui abbiamo anche creato un “help desk” per permette a questi cittadini di mettersi in contatto e autodenunciarsi al fine di ricevere assistenza».


Queste persone ad oggi hanno trovato sistemazioni autonome?
«Sì per la maggior parte dei casi, però le dico che l’assistenza istituzionale è fondamentale perché già a distanza di pochi giorni alcune persone hanno chiesto aiuto, la nostra esigenza è ricondurre a sistema e offrire un tetto a tutti. Il nostro obiettivo nei prossimi giorni è ampliare la rete di accoglienza per renderla disponibile ove fosse necessario».


Sono previsti dei check-point per intercettare gli arrivi autonomi?
«I punti di arrivo sono diversi, la stazione Ostiense, ad esempio, ha dei terminal per bus che giungono dall’Ucraina, faremo la mappatura dei luoghi di arrivo e valuteremo poi anche delle attività per intercettare immediatamente i cittadini».

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All’accoglienza segue la regolarizzazione.
«Queste persone otterranno la protezione temporanea: passano dalla Questura per l’acquisizione conoscitiva e da lì importante è l’incrocio con le autorità consolari ucraine che possano certificare alcuni aspetti ed escluderne degli altri per ricostruire delle anagrafiche puntuali, dopodiché viene rilasciata la protezione temporanea che dà accesso a tutti i servizi: sanitari, scolastici, addirittura contatti con il mondo del lavoro».


Sul fronte sanitario la Regione provvederà a garantire tutti i servizi: cure, vaccinazioni, controlli. Per garantire ai bambini la prosecuzione della scuola come state operando?
«Sono stati attivati contatti con l’Ufficio scolastico regionale al fine di procedere con un censimento di scuole, spazi e disponibilità di posti in base a quelle che saranno le presenze e fare in modo di privilegiare la prossimità tra la residenza di piccoli e studenti e gli istituti».


A Roma e provincia ma più in generale nel Lazio c’è un tetto massimo per l’accoglienza?
«Al momento no, mentre chi arriva dal Nord-Africa, ad esempio, dagli hotspot viene poi ridistribuito, in questo caso il problema è intercettare i flussi che si stanno muovendo in maniera molto libera e frammentaria».


È possibile fare una stima degli arrivi futuri?
«Molto dipende dalla presenza degli ucraini sul nostro territorio: nella provincia di Roma contiamo già 24 mila residenti regolari e se questi sono dei punti di contatto è ragionevole credere che gli arrivi aumenteranno».


In questi giorni si è innalzato il livello di sicurezza interna?
«L’avevamo già fatto all’insorgere del conflitto per le strutture consolari, i luoghi cosiddetti “sensibili”, gli istituti culturali, poi essendo Roma una Capitale importante ci sono già dispositivi allertabili per i luoghi “comuni”: dalle stazioni alle metro fino ai punti di aggregazione a scopo, naturalmente, preventivo».


Imponente è anche l’outcoming di aiuti da parte dei romani.
«Me ne compiaccio, è un tratto caratteristico della nostra gente. C’è stato un grande spirito di solidarietà dalla chiesa di Santa Sofia alle farmacie fino ai centri commerciali che si sono organizzati per raccogliere farmaci e beni da mandare in soccorso, noi abbiamo creato anche in questo caso per avere un luogo di dirottamento e di conoscenza un “help-desk” dedicato».


Di crisi umanitaria ormai si parla, c’è un precedente che le ricorda la gravità di oggi?
«Ricordo le emergenze dell’ex-Jugoslavia e dell’Albania, anche se in quest’ultimo caso non si trattava di una guerra. Spero che i numeri non siano gli stessi ma non per i numeri in sé ma perché il conflitto odierno trovi presto una soluzione».

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