Roma, delitto Varani: «Foffo era sano di mente»

Martedì 22 Maggio 2018 di Adelaide Pierucci
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La cocaina, assunta a dosi massicce, non gli aveva offuscato la mente. E neanche l'alcol, i drink, mandati giù nei tre giorni di bagordi conclusi con la mattanza di Luca Varani, il ventitreenne, ucciso nel marzo di due anni fa con cento colpi di coltello e martello. Manuel Foffo è stato ritenuto sano di mente al momento del delitto. Il giudizio d'appello a suo carico e incardinato dalla difesa con la speranza di sradicare la condanna in primo grado a trenta anni, parte da questo presupposto. Lo ha stabilito la perizia disposta all'apertura del processo dalla I Corte d'assise d'appello e appena depositata.

L'INCARICO
«Nel complesso, alla luce dei dati tecnici estrapolati dalle numerose ed approfondite indagini specialistiche cui è stato sottoposto l'imputato», ha concluso il collegio di esperti, «ma anche a conclusione della rivisitazione analitica dei risultati integrati dalla presente indagine peritale, si ritiene che Manuel al momento del fatto non versasse, a causa di infermità psichica, in condizioni tali da escludere, ovvero gravemente scemare, la capacità di intendere e volere». L'incarico era stato conferito a febbraio a un collegio peritale formato dal medico legale Antonio Oliva, docente dell'Università Cattolica Policlinico Gemelli, dallo psichiatra Stefano Ferracuti de La Sapienza e dal neurologo Marco Molinari della Clinica Santa Lucia.

GLI ESPERTI
I tre esperti erano stati incaricati appunto di valutare se Foffo fosse lucido o meglio avesse capacità di intendere e di volere quando a conclusione di un festino di tre giorni a base di sesso e droga organizzato insieme all'amico Marco Prato, il pierre dei vip, suicida all'apertura del processo a suo carico, Luca Varani era stato scelto come vittima sacrificale «per vedere l'effetto che fa vedere un uomo morire». Una prima valutazione sulle capacità dell'imputato l'aveva anticipata il gup Nicola Di Grazia che aveva condannato Manuel Foffo a trent'anni in abbreviato respingendo l'elemento della dipendenza cronica, che secondo la difesa, avrebbe reso incapace il giovane al momento del delitto. Con una prima conclusione: l'«abbuffata» di cocaina, prima dell'omicidio di Luca Varani, è stata voluta e non indotta dall'amico Marco Prato. L'uso, anzi l'abuso, di droga semmai era stato letto in linea alla scelta di uno stile di vita. «Ciò che emerge nel caso di specie», ha scritto nelle motivazioni il gup «è la determinazione di infliggere sofferenze alla vittima sino alla sua morte sostanzialmente per vedere l'effetto che avrebbe fatto». «Prato» aveva poi specificato «stava perseguendo la sua ossessione di avere rapporti sessuali con soggetti che si qualificavano come etero, Foffo stava vivendo in modo fortemente conflittuale la sua omosessualità. Entrambi, dopo aver deliberatamente assunti in quantità smodate per tre giorni alcol e cocaina, hanno reso la vita di Varani un oggetto in balia dello sfogo di queste loro pulsioni». «Ucciso in un percorso di sadismo», era stata la conclusione del magistrato. Secondo la perizia della criminologa Flaminia Bolzan, disposta nel corso delle indagini dal pm Francesco Scavo, sarebbe stata proprio la sinergia delle due personalità di Foffo e Prato a portare all'omicidio, in due menti comunque ritenute distorte ma capaci.

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