Ristoratore in lite con il Comune di Fara Sabina ottiene giustizia dopo 22 anni, ma il suo immobile è stato intanto venduto all'asta

Ristoratore in lite con il Comune di Fara Sabina ottiene giustizia dopo 22 anni, ma il suo immobile è stato intanto venduto all'asta
di Giacomo Cavoli
3 Minuti di Lettura
Domenica 22 Maggio 2022, 00:10

RIETI - Un’odissea giudiziaria lunga 22 anni, che ha visto contrapposti il Comune di Fara in Sabina e un ristoratore sabino e la sua famiglia i quali, a partire dal 2000, hanno dovuto attendere oltre vent’anni per vedersi riconosciuti i danni materiali determinati dalla condotta dell’ente. 

La vicenda. Tutto ebbe inizio nel dicembre del 1996, quando Arnaldo Trevisani acquistò un compendio immobiliare nel Comune di Fara in Sabina, all’interno del quale iniziò ad esercitare attività di ristorazione e bar. Immobile poi distrutto da un incendio nel 1997. Trevisani presentò dunque una denuncia di inizio attività (la vecchia Scia) per poter restaurare in maniera conservativa i locali e riprendere così l’attività di ristorazione. 
L’ufficio tecnico del Comune di Fara in Sabina contestò tuttavia la realizzazione di presunte opere in difformità rispetto a quanto dichiarato da Trevisani, denunciandolo anche in sede penale e dando così il via al sequestro dell’immobile e alla sospensione dell’attività ristorativa, mentre Trevisani venne condannato alla demolizione delle opere e al ripristino dei luoghi. 

Il calvario. Da qui, l’inizio del calvario giudiziario ventennale: l’uomo non si dà infatti per vinto e nel 2000 presenta una concessione in sanatoria, che però il Comune respinge sostenendo che l’area risulta gravata dall’uso civico a favore dell’ente. Nel 2006 il Commissario per la liquidazione degli usi civici di Lazio, Umbria e Toscana dichiara, al contrario di quanto sostenuto dal Comune, che il terreno non è gravato da alcun uso civico. Nel 2007, all’indirizzo del Comune arriva quindi una richiesta di risarcimento danni pari a due milioni di euro: nel 2010, a Poggio Mirteto, il giudice della sezione distaccata del tribunale di Rieti, Massimiliano Auriemma, infligge quindi al Comune di Fara in Sabina una condanna di poco superiore ai due milioni. 

Ma l’ente si oppone e solleva il difetto di giurisdizione da parte del giudice ordinario, trascinando così il tutto in appello. Nel 2014 Roma dichiara il difetto e gli atti prendono quindi la via del Tar il quale, nel 2019, rigetta il ricorso di Trevisani, sostenendo che la fine dell’attività di ristorazione fosse stata determinata dall’incendio e dalla condanna penale per le difformità edilizie e non, invece, dal mancato rilascio della sanatoria da parte del Comune. 

La condanna. Assunta la difesa di Trevisani a partire dal ricorso al Tar, l’avvocato del Foro di Rieti Antonio Perelli ha portato la questione fin davanti al Consiglio di Stato il quale lo scorso fine aprile, al termine di una vicenda nata nel 2000, ha invece confermato le ragioni di Trevisani, individuando il nesso di causalità tra la mancata ripresa dell’attività commerciale del ristorante e il fatto che il Comune, nel 2000, respinse la richiesta di sanatoria avanzata da Trevisani sostenendo l’esistenza dell’uso civico, smentito poi però dal Commissario nel 2006. 

Secondo il Consiglio di Stato, se il Comune avesse confermato il rilascio della sanatoria, Trevisani avrebbe potuto riprendere la sua attività di ristoratore che, nel corso della vicenda giudiziaria, si è totalmente disgregata. L’immobile, infatti, sottoposto a sequestro, è stato nel frattempo posto all’asta e venduto e così ora a Trevisani e alla sua famiglia resta soltanto l’amarezza della vita che sarebbe potuta essere e che, invece, non è stata.

© RIPRODUZIONE RISERVATA