Luis Sepulveda ha premiato
i vincitori del Premio Letterario
Città di Rieti

Venerdì 16 Settembre 2016 di Giacomo Cavoli
Luis Sepulveda sul palco del Flavio Vespasiano

RIETI - Luis Sepúlveda premia Marco Pistacchio e Laura Toffannello (L'estate del cane bambino), vincitori dell'ottava edizione del Premio Letterario Città di Rieti, e il Flavio Vespasiano omaggia l'autore fra i più importanti della seconda metà del Novecento. Nella serata conclusiva del Premio cittadino, per il 66enne scrittore, regista e giornalista cileno, il Flavio è quasi da tutto esaurito: il tono di voce di Sepúlveda impasta spagnolo e italiano, emoziona Toffanello e Pistacchio che ricevono il premio direttamente da Sepúlveda, racconta la genesi di uno dei suoi libri più amati ("Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare") e del quale, neanche oggi, Sepúlveda cambierebbe il finale.  
 

IL PREMIO

Trentanove voti regalano la vittoria dell'ottava edizione del Premio Letterario Città di Rieti a " L'estate del cane bambino", edito da 66thand2nd, fatica a quattro mani del pugliese Marco Pistacchio e della torinese Laura Toffannello: dietro di loro, con 37 schede a favore, Lorenzo Marone, in gara con "La tentazione di essere felici" (Longanesi); 28 voti per Romana Petri con "Le serenate del ciclone" (Neri Pozza), 22 schede per Gioacchino Criaco ("Il Saltozoppo, Feltrinelli) e 17 voti per Marco Marsullo con "I miei genitori non hanno figli" (Einaudi). Ad esprimere il proprio voto, 144 giurati divisi fra comitato tecnico, lettori forti e i detenuti di una delle classi della casa circondariale di Rieti. Sul palco, l'assessore comunale alla Cultura Annamaria Massimi, la direttrice della Biblioteca Paroniana Gabriella Gianni e il sindaco Simone Petrangeli, che consegna a Luis Sepúlveda la targa per il merito del suo impegno civile.
 

L'IDEA DI SEPULVEDA

"La cultura è servizio, ed sempre libera: se non lo fosse, perderebbe la sua natura e senso": sul palco del Flavio, Sepúlveda conosce bene il significato della libertà, lui che, 23enne all'epoca del golpe di Pinochet, fu condannato all'ergastolo, poi convertito in esilio su pressione di Amnesty International: "Si parla sempre di quante copie di un libro si possono vendere - prosegue lo scrittore cileno, sul palco del Flavio - ma il risultato finale della cultura, in tutte le arti, dev'essere quello del nostro contributo personale ad essere migliori. Io non mi ritengo un agitatore della cultura, ma un agitatore dell'animo umano". Proprio durante il suo esilio ad Amburgo, in una giornata di pioggia, nacque "Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare": "Sono passati vent'anni da quando l'ho scritta - riflette Sepúlveda - Quel giorno pioveva, andai alla biblioteca pubblica a prendere dei libri, poi entrai in un caffè e cominciai a pensare a questa storia, scritta per creature di 7, 8, 10 anni: i bambini hanno un'immaginazione senza frontiere, sono quasi surrealisti. Ma il personaggio più importante, in quel racconto, è la solidarietà, il senso di fratellanza, l'amore, la comprensione per la diversità. Oggi, questa idea di fratellanza è assente, ma non cambierei il finale della storia: la gabbianella e il gatto direbbero ugualmente che c'è ancora molto lavoro da fare". La corsa all'autografo, nel foyer, si trasforma in un'onda umana che insegue Sepúlveda, pronto ad ingaggiare un corpo a corpo con autografi e dediche, moltissimi sulle copie di "Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare" che, nel 1996, seguito dal film di Enzo D'alò, spopolò nei cuori di centinaia di bambini, adottato come testo di formazione in tante scuole elementari e medie italiane.

"Ieri, oggi, la letteratura è sempre come una sorta di finestra che si apre al mondo, e mostra questa cosa bellissima della vita che è la diversità" prosegue Sepúlveda. La bellezza della diversità, per lui, nasce dalla persecuzione del sogno di un Cile accarezzato dalla speranza di una rivoluzione marxista senza violenza: "Ci sono tante cose con le quali non sono d'accordo, rispetto attuale governo degli ultimi 26 anni - confessa lo scrittore - Ma ho grande fiducia nei giovani: nelle loro mani c'è il futuro e la speranza, sono generosi, solidali e intelligenti e credo che stia arrivando un buon tempo per il Cile, che dipenderà da questi giovani che sono arrivati alla politica. Al tempo del golpe ero un ribelle, un anticonformista - ricorda ancora Sepúlveda - Mi facevo tantissime domande, perché questo non mi piace? Che cosa posso fare? Ma oggi sono domande che ci si fa in ancora tante parti del mondo".  

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