Rieti, la tradizione in cucina rimane e cambia semplicemente sede

Le sorelle Mancini con il papà Sergio negli anni '90
di Luigi Ricci
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Sabato 21 Maggio 2022, 00:10

RIETI - Come recita un famoso proverbio: “Chiusa una porta si apre un portone”. È esattamente quello che sta per accadere a Maria Sole, Cristina e Francesca Mancini, titolari del popolare locale in vicolo Bressi a Rieti, noto come “L’Osteria”, oppure “Mai di domenica”, ovvero il “vicoletto” o ancora più semplicemente le “tre sorelle”. Infatti la popolarità di questo caratteristico esercizio, inaugurato nel 1994 nel vicolo in fondo a via Pennina, si misura anche attraverso i vari appellativi con i quali è identificato dagli avventori: «A oggi oltre 420mila», ha sentenziato un affezionato avventore dopo un rapido calcolo fatto moltiplicando anni, mesi e settimane per la capienza di questa tipica trattoria abbinata quasi costantemente al tutto esaurito, perfino nel biennio della pandemia. Una evidente testimonianza di qualità. Oggi, però, “L’Osteria” chiude un capitolo durato 28 anni per aprirne un altro - «ovviamente per altri 420mila clienti», scherzano le sorelle - e si trasferirà qualche decina di metri più a sud-est, in via Terenzio Varrone n. 80 - già sede di altri ristoranti, come la “Bratìcula” del famoso calciatore reatino Alberto Tomassoni - dove tra un paio di settimane inaugurerà la nuova sede in ambienti più ampi, per accogliere sempre più confortevolmente gli avventori, «ma sempre rispettando rigorosamente identità e tradizione del locale», puntualizzano le Mancini.

Le origini. Tutto inizia a Roma nel dopoguerra, quando Sergio, futuro padre delle ragazze - che hanno pure un fratello, ma che non si occupa di ristorazione - in quella fase di rinascita del paese, svolgeva i più differenti mestieri: dal tecnico delle macchine da scrivere Olivetti al venditore di tappeti persiani, nel mezzo c’è di tutto. Ma tra un lavoro e l’altro, Sergio coltivava l’innata passione per la cucina, finché inevitabilmente si ritrovò a lavorare e fare esperienza in vari locali della Capitale, imparando da chef di ottimo livello, tanto che quello che era il suo hobby finì per diventare una professione.

Il destino. «Col passare dei decenni - ricordano le figlie - Roma era cambiata e aveva perso la spontaneità e il fervore che aveva stimolato nostro padre», che nel frattempo aveva conosciuto sua moglie Wanda che, guarda caso, era una cugina dello chef reatino Adelmo Renzi, tra l’altro già celebrato in precedenza su queste pagine: una sorta di segnale che cucina e ristorazione erano nel destino di Sergio, che, dopo varie esperienze in giro per l’Italia, approdò a Rieti. Così, tra il 1992 e il 1994, Sergio gestì il ristorante sulla Tancia in direzione Canera: «Fu una scelta meditata per iniziare a prendere contatto con la città - spiegano le figlie - e conoscere l’ambiente», finché arrivò l’occasione di trasferirsi in vicolo Bressi, già sede di altri ristoranti. «Nostro padre partì puntando sulla cucina tipica delle trattorie romane - la cui atmosfera si avverte nel locale - introducendo poi le ricette tradizionali reatine». Nel frattempo le figlie erano cresciute e, complice una casa traboccante di libri di cucina collezionati dal padre, per loro fu naturale affiancarlo, insieme alla madre, nella gestione del locale, «rigorosamente chiuso la domenica per la passione di papà per la Roma - ricordano Maria Sole, Cristina e Francesca - anche se per lui anche quel giorno era l’occasione per sbizzarrirsi a cucinare e sperimentare ricette soltanto per noi».

Il futuro. È stato quindi naturale proseguire il percorso inaugurato dal padre nel frequentatissimo locale, come testimonia il muro di biglietti da visita e banconote straniere: «30 anni fa un cliente pagò con una banconota straniera che scoprimmo essere fuori corso - ricordano. - L’attaccammo al muro come monito e pian piano è stata ricoperta». Il “muro” sarà trasportato insieme ad altri cimeli nel nuovo locale. «Serviva maggior spazio - concludono le sorelle Mancini - anche perché, dopo la pandemia, non era possibile riallestire il gazebo in viale Morroni. Una necessità motivata dalla fiducia che la clientela continua a tributarci e che, nel nome di nostro padre, non intendiamo deludere».

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