Il caso Renzi/ Dagli al riformista, la dieta a sinistra (solo) a base d’odio

di Alessandro Campi
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Mercoledì 19 Luglio 2017, 00:10

Bando all’ipocrisia. Nella dimensione del potere l’odio non è un sentimento impulsivo e sempre riprovevole, come nella sfera privata e sociale. Ma una categoria politica razionale, della quale tenere conto per l’utilità che esso può persino avere. Si tratta di un fattore certamente pericoloso e proprio per questo da dosare con attenzione, ma sempre presente, anche se il galateo liberale continua a dire che in politica ci sono avversari da rispettare e non nemici da odiare. Esso contribuisce prepotentemente a serrare i ranghi in vista della lotta tra gruppi. Serve a rafforzare la propria propaganda e a renderla più incisiva. Serve altresì a definire la personalità di un leader e a testare la sua effettiva forza di volontà: “Dimmi chi è il tuo nemico (e quanto lo avversi) e ti dirò chi sei”, scriveva all’incirca Carl Schmitt.

Come sempre, l’importante è non esagerare. Se ci si lascia prendere la mano, l’odio politico rischia infatti di diventare un fattore semplicemente distruttivo. Dannoso alla fine più per chi si fa guidare da esso, sino a restarne obnubilato, che per chi ne è oggetto o bersaglio.
Stiamo ovviamente parlando di Matteo Renzi e del clima d’avversione, quasi astioso, che sembra ormai circondarlo. Curiosamente alimentato più dalla sinistra cui nominalmente anch’egli appartiene, per quanto spurio possa essere il suo modo d’intenderla, che dai suoi avversari ideologici della destra. La sua parabola come leader è in effetti strana: da uomo della speranza si è repentinamente trasformato, agli occhi di molti con cui pure ha condiviso un pezzo del suo cammino iniziale, in un ostacolo da abbattere e sul quale riversare accuse e malumori d’ogni tipo, sino all’estremo del dileggio e dell’insulto personale. 

Si dice che la colpa di questo cambio d’umore collettivo nei suoi confronti ricada sullo stesso Renzi. E dipenda non tanto dagli errori politici che può avere commesso, sempre rimediabili e comunque mai talmente gravi in Italia da giustificare un’uscita di scena traumatica, ma dal suo carattere e da una personalità che si è rivelata molto diversa da come si era presentata. Quella che all’inizio della sua avventura politica era parsa giovanile baldanza, sostenuta da un contagioso ottimismo, alla fine si sarebbe risolta in semplice tracotanza. Se prima appariva simpatico e gioviale, dai modi spicci e poco convenzionali, col tempo avrebbe manifestato un tratto eccessivamente irridente verso il prossimo, che molti trovano insopportabile. Come ogni politico in carriera, sembrava forse un po’ troppo pieno di sé, si è invece rivelato un egotista assoluto che vuole sempre avere ragione. Insomma, Renzi è odiato – dicono quelli che ne parlano male e che lo danno per spacciato con interessato anticipo – semplicemente perché è odioso. Se aveva talento, lo ha malamente sprecato. E talmente grande è stata la delusione prodotta nei suoi sostenitori di un tempo da giustificare l’antipatia che oggi lo circonda. 

Forse un po’ di moderazione nei toni e un piglio meno arrembante potrebbero fare bene al segretario del Pd: nei suoi rapporti con la sinistra nelle sue molte anime e più in generale con l’opinione pubblica italiana, con la quale il feeling di un tempo si è in effetti interrotto. Ma se proprio vogliamo affidarci alla psicologia e allo studio dei caratteri per spiegare la politica, dovremmo anche chiederci quale sia il temperamento dei nemici dei Renzi e cosa determini realmente certe loro scelte. Si scoprirebbe che sono probabilmente mossi, più che da una idea della sinistra come campo della vera giustizia e della vera libertà, contro la deformazione che Renzi le starebbe imponendo con le sue ricette di estremista liberale travestito da progressista, da un grumo emotivo fatto di risentimenti personali e spirito di revanche, nonché da una supponenza intellettuale, da una mancanza di spirito autocritico, da un’autoreferenzialità politica assolutamente speculari a quelle addebitate al leader del Pd. Con in più l’aggravante che quest’ultimo, per la formazione politica da cui proviene, non è mosso dalla frustrazione e dal senso di sconfitta con i quali debbono invece fare i conti, alla stregua di fantasmi che non se ne vogliono andare, i suoi avversari di sinistra. Per questi ultimi in effetti è consolatorio pensare che il declino – ideologico, elettorale – della sinistra sia iniziato con il renzismo e non dipenda invece dalla fine di un ciclo storico che ha visto consumarsi uno dietro l’altro tutti i futuribili che essa ha disegnato e inseguito nel corso della sua storia: il sole dell’avvenire socialista, il “mondo nuovo” comunista, le utopie libertarie e anticonsumistiche del Sessantotto, il mito dell’autogestione operaia, lo stato del benessere socialdemocratico, la società multiculturale e senza confini ecc. 

Ma lasciando perdere la psicanalisi e tornando alla politica bisognerebbe anche chiedersi quanto dell’odio odierno contro Renzi di una certa sinistra radicale o ortodossa sia il frutto coerente (e cattivo) di una tradizione e mentalità ideologica che nei confronti degli avversari, interni o esterni poco importa, si è spesso affidata, piuttosto che al confronto crtiico, alla demolizione del carattere, all’insulto e al dileggio. Lo scontro politico mortale (portato all’estremo del conflitto personale) tra massimalisti e riformisti, tra i custodi dell’ortodossia ideologica e gli innovatori accusati di rinnegarla o svenderla, sono stati come si sa una costante nella storia della sinistra italiana del Novecento. Gramsci odiava Turati. Togliatti detestava Saragat. Berlinguer disprezzava Craxi. Esattamente come Renzi è oggi avversato da coloro che, a diverso titolo, si considerano i rappresentanti dell’unica e vera sinistra, la sola in sintonia col vento della storia e animata da un profondo senso morale, mentre tutti gli altri sono deviazionisti, traditori, infiltrati o servi oggettivi del sistema.

Stiamo parlando della stessa sinistra (in alcuni casi persino delle stesse persone) che per vent’anni ha odiato Berlusconi con tutte le sue forze e trattato i suoi elettori come dementi o farabutti. Un investimento di energie tanto grandioso quanto fallimentare, che le ha impedito di crescere politicamente e di aggiornarsi culturalmente, ma che soprattutto – a dimostrazione di come l’odio possa trasformarsi in un impulso autodistruttivo e di come la politica dell’indignazione permanente non produca risultati – non ha impedito al Cavaliere di restare sulla scena da protagonista. Basterebbe questo precedente per consigliare chi proprio non ama Renzi e le sue idee a risolvere la partita con quest’ultimo sul piano politico, culturale e strategico, se proprio se ne ha la forza, lasciando perdere il disprezzo personale, le scomuniche o il desiderio di vederlo prima o poi nella polvere. Anche perché dall’odio virulento motivata da una ragione politica alla meschinità dettata da piccoli calcoli di bottega il passo è davvero breve. 

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