Camorra, sigilli al tesoro dei fratelli Potenza: maxisequestro da 20 milioni di euro

Camorra, sigilli al tesoro dei fratelli Potenza: maxisequestro da 20 milioni di euro
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Lunedì 3 Aprile 2017, 08:11 - Ultimo aggiornamento: 4 Aprile, 09:12

ll centro operativo della Dia di Napoli ha eseguito un provvedimento di sequestro di beni per un valore di oltre 20 milioni di euro nei confronti dei fratelli Potenza (Bruno, Salvatore e Assunta), imprenditori ritenuti contigui a contesti criminosi anche di natura organizzata di tipo camorristico.

Il sequestro ha interessato numerose unità immobiliari, sei società e tre partecipazioni societarie (tra le quali il ristorante «Donna Sophia dal 1931» nel centro di Milano e la sala ricevimenti già nota come «Villa delle Ninfe» a Pozzuoli), autoveicoli, 66 depositi bancari nazionali ed esteri (per i quali è stata formulata richiesta di assistenza alla Procura federale elvetica) e cinque polizze.

Dalle indagini, rileva la Dia,  è emerso come i Potenza abbiano impiegato in imprese economiche e immobiliari il denaro proveniente da attività illecite (usura, estorsioni, riciclaggio e associazione per delinquere), proseguite anche dopo il decesso del capostipite Mario Potenza. Ciò ha consentito loro di accumulare un ingente patrimonio, re-investito in numerosi immobili e locali.

Gli agenti diretti da Giuseppe Linares hanno eseguito il provvedimento di sequestro di beni, emesso dal Tribunale, Sezione Misure di Prevenzione. L'attività ha portato all'adozione di tre distinti decreti. In particolare è stata fatta luce: su movimentazioni di denaro verso il territorio estero, successivamente rimpatriato per mezzo di bonifici per il reinvestimento in imprese economiche nazionali; sul trasferimento di risorse estere su conti appositamente aperti presso istituti di credito italiani, dopo l'adesione alla procedura di «voluntary disclosure», anche grazie a specifica rogatoria internazionale presso istituti bancari elvetici, nonché su collegamenti dei Potenza con personaggi legati al clan Lo Russo, «che hanno disvelato - rileva la Dia - una consistente sproporzione tra la capacità reddituale degli stessi e le effettive disponibilità ad essi riconducibili».

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