Lo Stato e l'eccezione, come il virus cambia la democrazia

Sabato 30 Maggio 2020 di Mario Ajello

C’è lo stato d’eccezione, una straordinaria fase di emergenza - sanitaria ma non solo: economica e anche politica - che non può non avere risvolti nella vita istituzionale e nella fisiologia democratica non solo in Italia ma anche negli altri Paesi. E allora, parliamone. Ecco perché Pino Pisicchio, Mariastella Gelmini e Ettore Rosato hanno deciso di partecipare al convegno della Facoltà di Scienze Politiche dell’Universita’ degli Studi Internazionali di Roma (Unint) e del centro di ricerca geopolitica Geodi. Titolo: «Lo stato e l’eccezione dopo la pandemia. Le conseguenze globali della pandemia di Covid-19 sui rapporti tra i pubblici poteri, analizzate nello specchio italiano».

A introdurre il tema, il preside della facoltà, Ciro Sbailò, e il tema è questo: la gestione della pandemia ha provocato delle lacerazioni nel sistema delle garanzie costituzionali. La limitazione delle libertà fondamentali richiede sempre una legge e, in molti casi, anche la pronuncia di un giudice. «All’assemblea Costituente si affacciò il tema dello stato di necessità - spiega Pisicchio, ex parlamentare e doicente di Diritto pubblici comparato -  attraverso l’iniziativa di un deputato liberale, l’onorevole Crispo, ma la proposta, che pure non aveva incontrato posizioni di contrasto, non venne mai discussa. E dunque la Costituzione non previde in modo specifico una regolamentazione dei rapporti tra Esecutivo e Legislativo in tempi eccezionali come quelli della pandemia da Coronavirus. Ma neanche la escluse». «La lista dei diritti costituzionali vulnerati è lunga», osserva il preside Sbailò: «Si parte dal caso più appariscente: la libertà di circolazione e soggiorno Si poteva fare meglio? Sicuramente sì. Si poteva evitare di comprimere i diritti fondamentali? Sicuramente no. Va dato atto al Governo di non avere avuto di fronte a sé molte opzioni e soprattutto di avere avuto poco tempo a disposizione Gli strumenti di cui dispone l’esecutivo sono pochi e inadeguati, abbiamo scontato l’assenza di una disciplina organica e coerente, di rango costituzionale, per la gestione dello stato di eccezione. Tale disciplina è contenuta nelle costituzioni di Francia, Germania o Spagna». 
Ancora Pisicchio, che è anche direttore della rivista Alexis: «Certo, la Costituzione afferma principi che non lasciano le istituzioni senza una bussola, ma è indubbio che non appare un fuori luogo ragionare in termini di giusto equilibrio tra i poteri all’interno di una disciplina chiara. Abbiamo già visto, per esempio, quale fosse la difficoltà di consentire forme di partecipazione al lavoro parlamentare da remoto, in ragione dell’art.64 della Costituzione che impone la presenza fisica, giustamente ribadita dal presidente Fico. Ma questa emergenza sta per produrre anche altre situazioni che potranno, in assenza di un gentlemen agreement politico, creare nuovi forti contrasti tra maggioranza e opposizione: pensiamo all’importante massa di risorse che, tra provviste europee e nazionali saranno a disposizione della ripresa: probabilmente non meno di 250 miliardi di euro. È chiaro che un equilibrio tra Esecutivo e Parlamento, anche attraverso strumenti innovativi da sperimentare in modo condiviso, non potrebbe che giovare al Paese». 

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Il renziano Rosato, deputato di Italia Viva, affronta l’argomento così: «L’emergenza Coronavirus ha messo in luce, soprattutto nella fase più acuta, la difficoltà delle istituzioni, in particolare del Parlamento, a poter operare in caso di emergenza nazionale. Sono emerse questioni di rilevanza costituzionale che non avevano precedenti (penso ai parlamentari residenti nei comuni focolaio ai quali è stata impedita la partecipazione ai lavori, o alla presenza a ranghi ridotti dei gruppi parlamentari alle votazioni). Alcune soluzioni temporanee sono state raggiunte grazie al buon senso e con l’accordo di tutti, ma è evidente che ora bisogna individuare gli strumenti affinché in futuro lo Stato si trovi preparato anche a questa evenienza». Proprio Rosato ha presentato con Maria Elena Boschi e altri una proposta di legge costituzionale per introdurre un percorso con la deliberazione dello “stato di emergenza” (a maggioranza dei due terzi) e la costituzione di una Commissione comune che possa legiferare, ma non su materia costituzionale, elettorale o che richiede maggioranze speciali. «Non ci siamo inventati nulla - dice Rosato - ma abbiamo copiato da democrazie molto simili alle nostre. Un modo per assicurare la funzionalità del Parlamento anche in condizioni emergenziali, al pari degli altri servizi essenziali che correttamente abbiamo garantito in questi mesi così difficili». Sul fronte opposto, Mariastella Gelmini: «La mia posizione sul tema è, e non poteva che essere, convintamente liberale: la nostra Costituzione non ha bisogno di essere modificata con l’introduzione di una disciplina dello stato di emergenza. L’esperienza del Covid ha dimostrato che il problema, semmai, non è stato il poco potere, ma semmai il troppo potere del governo, sia rispetto alla centralità del Parlamento, che alla garanzia dei diritti e delle libertà dei cittadini. Più di 10 Dpcm, altrettanti decreti-legge e più di 30 ordinanze di protezione civile, atti tutti provenienti da Palazzo Chigi,  stanno lì a testimoniarlo». E ancora la capogruppo forzista alla Camera: «Le clausole emergenziali hanno molto spesso rappresentato nel corso della storia un fattore d’indebolimento delle Costituzioni, uno strumento di cui il potere si è avvalso per rafforzarsi a scapito dei diritti e delle libertà dei cittadini, o di cui “gli uomini forti” si sono avvantaggiati per porsi come salvatori della patria accentrando in sé i poteri: penso, pur con tutti gli ovvi distinguo del caso, all’esempio di Hitler e di Orban, entrambi investiti di pieni poteri sulla base di regole emergenziali previste espressamente nelle Carte. In periodi di crisi, però, di tutto abbiamo bisogno, tranne che di indebolire la Costituzione». 
Già da questo scambio di opinioni, si capisce che il tema è grande e l’Italia che sembrava essersi dimenticato dello stato d’eccezione non può adesso, ma anche in seguito, che farci i conti. E cominciarsene a interessare per il bene di tutti.

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