Meloni a Sharm per Cop27, asse sul gas con al Sisi. Regeni e migranti gli altri fronti

Primo vertice internazionale del premier. Con lei Pichetto Fratin

Meloni a Sharm per Cop27: al vertice sul clima la stretta di mano con il presidente egiziano Al Sisi
di Francesco Malfetano
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Lunedì 7 Novembre 2022, 11:39 - Ultimo aggiornamento: 8 Novembre, 00:26

Diritti umani e Giulio Regeni: l’Italia non può dimenticare. Per la sua prima uscita internazionale Giorgia Meloni ha “scelto” la Cop27 di Sharm El-Sheikh. Inevitabile quindi che al centro della sua toccata e fuga alla Cittadella della speranza egiziana (la premier è tornata a Roma ieri sera) ci siano finiti non solo l’ambiente ma anche i rapporti diplomatici con l’Egitto - a dir poco complessi dopo il rapimento, la tortura e l’uccisione del ricercatore - e soprattutto gli interessi commerciali di due Paesi molto più vicini di quanto talvolta piaccia pensare. Una prova di realpolitik esercitata nel pomeriggio di ieri quando, in attesa del suo intervento alla plenaria dei 200 leader, Meloni ha incontrato il presidente del paese nordafricano Abdel Fattah al-Sisi per un bilaterale. Sessanta minuti di confronto denso, funzionale - nelle parole del leader egiziano - a dare «slancio» allo «sviluppo» della dimensione «politica economica, di sicurezza e culturale» dei rapporti tra i Paesi. 

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L’ENERGIA

Il fronte più caldo resta il gas naturale liquefatto (gnl) di cui l’Egitto è grande esportatore, con 8 miliardi di metri cubi destinati all’Europa nel 2021 tra quello auto-prodotto (nel 60% dei casi attraverso Eni, anche grazie ai giacimenti di Zohr e Nohr individuati dal colosso italiano) e quello che transita da Israele, pronti ad essere incrementati dal 2023. Una partnership quindi destinata a diventare sempre più importante, non solo per le ulteriori esplorazioni che sta conducendo il cane a sei zampe, ma anche - più a lungo raggio - per l’importazione dell’idrogeno verde e il progetto, rivendicato da Meloni, di trasformare l’Italia nell’hub energetico del Vecchio continente anche mediante i nuovi gasdotti in costruzione in quella porzione del bacino. Tant’è che, riferiscono fonti egiziane, si è anche discusso della «possibilità di prevedere la messa in atto di un collegamento elettrico con l’Italia». 

Un capitolo corposo ha poi riguardato la Libia. Sul punto i leader hanno concordato «sulla necessità di lavorare per preservare l’unità e la sovranità» in un Paese oggi spaccato tra due coalizioni rivali, il Gun (basato a Tripoli, riconosciuto dall’Onu ma sfiduciato dal Parlamento) e il Gns, designato dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk, guidato dall’ex ministro dell’Interno Fathi Bashagha e appoggiato a sua volta dal generale Khalifa Haftar. Un caos di cui si approfittano non solo i tanti scafisti che gestiscono il traffico dei migranti, ma anche le tante forze regionali presenti nel Paese (dai mercenari russi della Wagner alla Turchia). L’intenzione è quindi quella di spingere per lo svolgimento di «elezioni presidenziali e parlamentari, oltre che di preservare le istituzioni nazionali libiche e rafforzare il ruolo delle autorità di sicurezza nella lotta al terrorismo».

 

IL FACCIA A FACCIA

Una comunità d’intenti che, nei fatti, rilancia una partnership difficile ma né interrotta in passato né plausibilmente in futuro. Basti pensare che durante il governo Draghi l’Eni siglò un contratto da 3 miliardi di metri cubi in più di Gnl, mentre durante quello Conte non solo sono state vendute due navi al Cairo ma si è già tenuto un primo bilaterale dopo la morte di Regeni. Del resto i due Paesi, anche solo per meri motivi geografici, hanno interessi spesso assimilabili come la stabilità sia del Nord Africa e dell’intero Mediterraneo - su cui pesa oggi il dossier libico e l’aumento degli sbarchi, con oltre il 20% dei migranti arrivati nel 2022 di nazionalità egiziana - che del Mar Rosso, alle cui porte non a caso si trova l’unica base extra-territoriale italiana, in Gibuti. 
Interessi che però non hanno impedito a Meloni di spiegare che l’Italia non può dimenticare «il tema del rispetto dei diritti umani», sottolineando l’intenzione di tenere alta l’attenzione «sui casi di Giulio Regeni e Patrick Zaki».

Un passaggio diplomatico tutt’altro che scontato in un incontro che alla vigilia era stato duramente contestato dall’opposizione. La leader di FdI ha quindi chiesto una maggiore collaborazione alle autorità del Paese arabo specie per l’omicidio del giovane ricercatore italiano assassinato a Il Cairo nel 2016, per cui l’Egitto non ha mai davvero supportato le indagini, arrivando anzi ad alcuni depistaggi per cui sono stati rinviati a giudizio dal tribunale di Roma quattro agenti dei servizi, ancora irreperibili. «L’incontro - conferma il portavoce di al-Sisi - ha toccato la questione dello studente italiano Regeni e della cooperazione per raggiungere la verità e ottenere giustizia». In pratica, ribadendo che per l’Italia il caso è tutt’altro che chiuso, è stato compiuto l’ennesimo tentativo di sbloccare una vicenda che ha contrapposto più volte la magistratura dell’uno e dell’altro Paese. 

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