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Meloni come Mourinho, Letta con i guai della Juve. Renzi e Calenda i due Lotito. La politica nel pallone

Salvini e la Lega somigliano alla "pazza Inter". Berlusconi tra il Milan e il Monza, Conte come Spalletti

Meloni come Mourinho, Letta con i guai della Juve. Renzi e Calenda i due Lotito. La politica nel pallone
di Ernesto Menicucci
5 Minuti di Lettura
Mercoledì 10 Agosto 2022, 00:28 - Ultimo aggiornamento: 09:41

Parafrasando Ligabue – al secolo Luciano da Correggio, rocker, cuore nerazzurro – la domanda non è “chi prende l’Inter” (o la Roma, la Juve, il Milan) ma, magari, “chi ha preso Enrico Letta? E La Meloni?”. Perché in questa strana estate italiana di campagne acquisti e campagne elettorali, di un via vai tra liste e squadre che nemmeno sull’autostrada del Sole in un weekend da bollino nero, sotto agli ombrelloni capita di sentire discorsi che si mescolano. Le tre punte del centrodestra e le convergenze parallele tra Spalletti e De Laurentiis, il campo largo dei Friedkin che mettono a disposizione di Mourinho di fatto due squadre e le marcature a uomo tra avversari. Di sicuro, non ci eravamo mai ritrovati nell’assurdo di pensare, proprio alla vigilia dell’inizio del campionato: «Ma lo scudetto delle elezioni, il 25 settembre, chi lo vince?». Perché alla fine, a guardarli bene, mai come in quest’occasione leader e partiti politici si sono avvicinati ai protagonisti del calcio, che sono gli specialisti – da che il pallone è il pallone – delle campagne “elettorali” estive: quelle in cui si promette ai propri elettori (pardon: tifosi) mare e monti, sapendo che non tutte quelle promesse potranno essere soddisfatte.

Meloni come Mou

Non per tornare sulle polemiche calcistiche sul suo presunto passato laziale, ma se c’è qualcuno – sulla scena politica – che sembra la Roma dei Friedkin è proprio la “giallorossa” Giorgia Meloni. Squadra fortemente in ascesa, che parte dal 5% (nel 2018) o dal sesto posto, dalla vittoria in Conference League e dai successi ottenuti qui a là nel tempo a livello locale, e che ora punta al grande salto. Come il duo dei patron americani di Trigoria ha messo su una campagna acquisti da urlo – Dybala, Wijnaldum, Matic, più Belotti in dirittura d’arrivo – così Giorgia pensa ad innesti di primissimo livello per la squadra di governo che potrebbe venire. Una differenza: mentre Meloni è stra-favorita, la Roma è comunque una scommessa.

Letta bianconero

Non ce ne abbia a male il segretario dem (tifosissimo del Milan) ma in questa campagna elettorale il suo Pd sembra più la Juventus. Squadra di grande blasone, che prova comunque a vincere ma che sembra costretta a rincorrere. E che ha provato, in tutti i modi, a fare una campagna acquisti per allargare la rosa: la Juve con Pogba, Di Maria, Kostic, Letta con Calenda, Fratoianni, Bonelli. Solo che alcuni di questi acquisti si sono rivelati un boomerang: Calenda ha rotto con il Pd, Pogba si è rotto il menisco. E qualcuno già discute l’allenatore.

Il nerazzurro Salvini

Anche qui non sembri un affronto ma il Salvini che punta al Viminale e che se la gioca con Giorgia Meloni per la leadership del centrodestra, più che ai suoi amati rossoneri, somiglia all’Inter. Storia alle spalle, grandi successi e clamorosi rovesci, la “pazza Inter” e la “pazza Lega” che passò dal governo all’opposizione nello spazio di un Mojito. La Lega ha una squadra molto forte, già rodata, che necessita di pochi (ma buoni) innesti. Un po’ quello che accade dalle parti di Appiano Gentile, dove è tornato a casa Lukaku ed è arrivato Mkhitaryan, senza stravolgere il resto. Gli altri hanno entusiasmo e vento in poppa, ma poi il campionato è lungo e l’esperienza conta.

Berlusconi tra passato e futuro

E Berlusconi? Inevitabilmente il Cav è tra passato (glorioso) e presente (di sofferenza). Cioè tra il Milan degli scudetti – anche l’ultimo con Leao, Ibra e Tonali –, delle Champions League, dei Dream Team con Gullit, Rijkaard, Van Basten, Baresi, Maldini, Sheva, Kakà e il suo Monza, neo promosso in serie A, che lotterà intanto per salvarsi cercando di diventare una piccola rivelazione della stagione.

Il Conte napoletano

E i Cinquestelle? Come cantava la Curva B del San Paolo “un giorno all’improvviso, mi innamorai di te...”. E così successe all’Italia, che nel 2018 aveva votato in massa i grillini portandoli quasi allo scudetto della politica: sogni, speranze, ambizioni, successi. Poi i problemi e, soprattutto, gli addii, nel Napoli e in M5S: Insigne e Di Maio, Koulibaly e D’Incà, Mertens e Spadafora. Oggi, la formazione partenopea e parte-stellata, è rimasta con una sola “punta”, un Giuseppe Conte alla Spalletti, con un rapporto sempre più complicato con il“presidente-garante”, un Beppe Grillo imprevedibile come – e forse più – di Aurelio De Laurentiis: del resto, sono tutti e due uomini di spettacolo.

Renzi e Calenda: i due Lotito

Il Lotito bifronte ha i volti di Matteo Renzi e Carlo Calenda. Attaccati, criticati, divisivi, con lo storytelling del «moralizzatore» dal calcio alla politica («il Terzo polo per i nostri figli»,dice Renzi) e una certa propensione alle metafore dell’antica Roma (il latinismo di Lotito, il «Forza e onore» gladiatorio di Calenda). Pur avendo formazioni che viaggiano al di sotto degli squadroni, riescono sempre ad incidere. Matteo Renzi sull’affossamento dell’idea del Conte-ter, l’arrivo di Draghi e la corsa al Quirinale, Claudio Lotito nei giochi della Federcalcio, Calenda è diventato il fattore di questa campagna elettorale. Aghi della bilancia, ma molto pungenti.

 

E Mattarella fa il ct

Nell’estate della politica nel pallone, al Capo dello Stato tocca un po’ il ruolo che Mancini ricopre come Ct. Aspettare il campionato, sperando che esca fuori una squadra che sia credibile anche, o soprattutto, per i match europei e internazionali. La vera partita dell’autunno.

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