Fine vita, da Welby a Dj Fabo la legge che ancora non c'è

Mercoledì 24 Ottobre 2018
Fine vita, da Welby a Dj Fabo la legge che ancora non c'è
Poter decidere quando mettere fin alla propria vita e interrompere la propria sofferenza. È la richiesta che lega volti diversi fra loro, ma diventati tutti emblemi del 'diritto a poter scegliere della propria mortè, come il dj Fabo, per il cui suicidio in una clinica svizzera oggi la Corte Costituzionale ha deciso di rimandare la propria decisione al 2019 in modo consentire al Parlamento di legiferare in materia.

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Non è mai stata discussa infatti la proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell'eutanasia presentata durante la scorsa legislatura. Fu 12 anni fa Piergiorgio Welby, nel 2006, il primo a porre il tema della scelta sul fine-vita. Malato di distrofia muscolare e co-presidente dell'Associazione Coscioni, Welby inviò all'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano una lettera in cui chiedeva l'eutanasia. Dopo che il tribunale di Roma dichiarò inammissibile la sua richiesta di porre fine all'«accanimento terapeutico», Welby chiese al medico Mario Riccio di staccargli il respiratore sotto sedazione. Un aiuto che costò a Riccio l'accusa di omicidio del consenziente, seguita dal proscioglimento.

Il dibattito da allora non si è mai spento, proseguì nel 2007 con Giovanni Nuvoli che si lasciò morire di fame, dopo che il tribunale di Sassari respinse la sua richiesta di distacco dal respiratore e i carabinieri bloccarono il medico che voleva aiutarlo. Quindi nel 2009 il tema tornò alla ribalta con il caso di Eluana Englaro, la giovane donna rimasta in stato vegetativo per 17 anni e per la quale il padre ottenne l'interruzione dell'alimentazione forzata. Furono varie le sentenze di rigetto delle richieste dei familiari, finché la Cassazione, per ben due volte, non si è pronunciata a favore della sospensione della nutrizione e idratazione artificiale.

E successivamente Max Fanelli, malato di sla morto nel luglio 2016, dopo aver chiesto per anni una legge sul fine vita. In ultimo con Walter Piludu, l'ex presidente della Provincia di Cagliari morto nel 2016 dopo che il giudice ha autorizzato l'Asl a staccare i macchinari che lo tenevano in vita. L'ultimo caso è, appunto, quello di Dj Fabo. Nonostante tutti questi casi, il dibattito «a non soffrire più» resta attualissimo. Ancora, infatti, il Parlamento non è riuscito a trovare un accordo per legiferare su questo delicato tema. La scorsa legislatura ha visto l'approvazione del biotestamento che prevedeva la possibilità per ogni cittadino di lasciar le proprie disposizioni scritte relative alla volontà di non ricevere trattamenti sanitari. Non è stata però mai discussa la proposta di legge di iniziativa popolare sottoscritta da oltre 100.000 italiani, presentata dall'Associazione Luca Coscioni, che chiedeva di rendere legale l'eutanasia. Depositata a settembre del 2013, fu calendarizzata per marzo 2016 e mai discussa. «C'è un vuoto normativo in Italia - Filomena Gallo, segretario dell'Associazione Coscioni e uno degli avvocati di Marco Cappato - che porta decine di persone alla scelta di andare a morire all'estero, in solitudine per non coinvolgere penalmente i propri cari o il medico che li aiuterà. La proposta di legge chiede sia affermato, non tanto un generico diritto a morire, quanto il diritto, in determinate condizioni, a non soffrire più».
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