Tanzi, Cragnotti: «Le plusvalenze dei giocatori le abbiamo inventate noi»

L'ex patron della Lazio: io e Calisto siamo diventati capri espiatori di un intero sistema

Tanzi, Cragnotti: «Le plusvalenze dei giocatori le abbiamo inventate noi»
di Alberto Abbate
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Domenica 2 Gennaio 2022, 09:23 - Ultimo aggiornamento: 13:42

Erano giganti che muovevano miliardi, società e campioni con tanta rapidità e leggerezza da far pensare che i loro pozzi fossero davvero senza fondo. Giacimenti dai quali sbucavano risorse senza soluzione di continuità e che poi, proprio perché si basavano su fondamenta fragili, si sono prosciugati all'improvviso. Eppure, prima di finire a processo, Calisto Tanzi e Sergio Cragnotti, tra la fine degli anni Novanta e l'inizio dei Duemila, hanno rappresentato la borghesia rampante del calcio italiano. Con Parma e Lazio hanno dato vita a clamorosi scambi di mercato: da Crespo e Veron passando per Almeyda e Conceicao, sino a Dino Baggio.

Chi è stato per lei Tanzi?
«Un grande imprenditore, con un'ottima conduzione sia per la sua città che per tutta l'Italia. Ha fatto grandi cose per il Paese. Noi abbiamo avuto un ottimo rapporto, soprattutto negli affari legati al calcio»

Affari discutibili, come poi si rivelarono alcune operazioni che portarono alla bancarotta di Parmalat e Cirio. Ci sono andati di mezzo migliaia di risparmiatori...
«Avevamo una visione globale e un progetto industriale. Abbiamo investito tanto, ma venduto altrettanto. Compravamo grandi campioni, ma ne cedevamo altri per costruire le finanze delle nostre società. Noi inventammo le plusvalenze, reali, non numeri fantasiosi, e apportavano vantaggi economici. E negli anni poi ci hanno seguito tutti».


Lazio, Parma, persino la Fiorentina di Cecchi Gori, sembravano però avere rose superiori ai propri mezzi...
«In quel momento particolare, il boom economico aveva permesso a tanti presidenti di costruire squadri importanti. C'erano le sette sorelle che lottavano per lo scudetto. Il venir meno dell'espansione industriale ed economico-finanziaria ha portato a cambiamenti».


Lei fece pure un'alleanza con Sensi per combattere lo strapotere delle compagini del Nord?
«Franco fece un grande progetto industriale interrotto poi, forse, dalla malattia. Io e lui avevamo idee comuni, volevamo far diventare Roma la capitale del calcio italiano e ci riuscimmo per anni. Andavamo in Champions, facevano man bassa di trofei. Si può fare una battaglia per una partita, non nel proprio settore».

 


Essere presidenti di una squadra di calcio fa sentire immuni?
«Assolutamente no, anzi siamo diventati il capro espiatorio di tutto ciò che accadeva al di fuori. Le nostre questioni imprenditoriali hanno fatto venir meno il sostegno alle attività calcistiche. Il bilancio della Lazio era stato vagliato dalla Consob».


E allora Geronzi perché decise che Cragnotti - che aveva il 50% - doveva uscire dalla Lazio?
«Non credo sia stato lui a declinare il sostenimento alla nostra idea calcistica, la Banca intera non ha sostenuto il progetto industriale. Noi avevamo venduto Eurolat a Tanzi, ci eravamo espansi con Del Monte. Lo staff dirigenziale non ha creduto nel nostro valore».

 

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