Romano Prodi: «Con Berlusconi sempre rivali, mai nemici. Sintonia sull’europeismo»

L’ex premier e leader dell’Ulivo: «Le profonde diversità non hanno impedito un rapporto civile. Sapevamo che il futuro passava per la Ue»​

Romani Prodi: «Con Berlusconi sempre rivali, mai nemici. Sintonia sull europeismo»
di Mario Ajello
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Martedì 13 Giugno 2023, 00:22 - Ultimo aggiornamento: 15:00

Romano Prodi è partito ieri mattina, da Città di Castello, per una camminata francescana di quattro giorni. Gli arriva la notizia della morte di Silvio Berlusconi mentre si trova in un bosco in direzione di Assisi.

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Professor Prodi, tra le tante differenze personali e politiche, in che cosa due rivali storici come lei e Berlusconi riuscivano a trovarsi in sintonia?
«Nell’europeismo. In questo momento, pensando alla scomparsa di Berlusconi, rifletto soprattutto sugli obiettivi comuni più che sulle nostre divisioni.

Per questo mi viene alla mente, con naturalezza, il tema dell’europeismo. E’ il valore ideale e pragmatico dell’europeismo che ha tenuto l’Italia unita nei momenti più difficili. Entrambi abbiamo avuto la chiara idea che il futuro dell’Italia passa attraverso l’Europa».

Non ha mai notato in lui cedimenti su questo fronte?
«Non sui grandi temi. Berlusconi si rendeva conto che qualsiasi cedimento sull’europeismo avrebbe impedito il progresso che il nostro Paese aveva compiuto. Questo tratto comune tra Berlusconi e me non deve ovviamente offuscare le profonde differenze di visione e di politica che hanno caratterizzato i nostri schieramenti e i nostri programmi».

Avevate due concezioni opposte di Paese?
«Sì, e su tanti aspetti fondamentali. Penso alle politiche sul welfare, sulle tasse e in generale sull’economia: le nostre ricette divergevano profondamente».

Non siete stati voi due, però, a creare il bipolarismo in Italia?
«Appunto. Il nostro contrasto, che non era di tipo personale ma politico, ha costruito il bipolarismo e se il nostro Paese avesse dato continuità al bipolarismo, l’Italia si troverebbe in condizioni migliori».

Lei si stupì quando Berlusconi decise di diventare leader politico e di fondare Forza Italia?
«No, non mi sono stupito quando fece la cosiddetta discesa in campo. Anzi, avevo anche fatto una scommessa che avrebbe vinto le elezioni del ‘94».

Ma davvero, professore, lei è stato subito sicuro - a differenza di chi circondava Berlusconi - che lui avrebbe vinto e cominciato una nuova carriera di successo?
«Sentivo la sua forza mediatica e capivo quanto le cose che diceva toccassero le emozioni e le paure più profonde del Paese. Non condividevo le sue posizioni politiche, ma sentivo che avevano una loro presa popolare. E mi era chiaro che la capacità mediatica di Berlusconi aveva allora un carattere di assoluta novità. Berlusconi è stato davvero il primo che ha usato i media e il video in maniera scientificamente capillare. Io non pensavo in quel momento che mi sarei impegnato in politica. Quando poi le circostanze mi hanno spinto alla contesa elettorale, ho pensato però che Davide poteva vincere contro Golia».

Il famoso successo del ‘96?
«Di quello sto parlando. Per fortuna Berlusconi - e questo è stato un suo grande errore - si è accorto troppo tardi dell’aggregazione che si stava creando intorno all’Ulivo».

Il vostro rapporto personale quale è stato lungo questi decenni?
«Le nostre diversità non hanno impedito una relazione più civile e più corretta di quanto non accada tra i protagonisti della politica di oggi. Le dico con tutta sincerità che gli sono stato idealmente molto vicino durante la sua ultima malattia. Ho visto con quale forza ha lottato contro il male. Stamane, nella camminata verso Assisi, l’ho tenuto molto molto presente. Siamo stati rivali, non nemici».

C’è un episodio sconosciuto che vi lega?
«Ricordo solo l’ultimo incontro. Dopo 14 anni, l’ho rivisto allo stadio di San Siro qualche mese fa. Si giocava la partita Milan-Bologna. Lui, alla fine, scherzosamente mi fa: beh, questo Bologna è più forte del previsto. E io: anche questa volta non mi hai battuto. E ci siamo messi a ridere. Poi salutandoci, mi dice: Romano, dai, lo zero a zero va bene per tutti e due». 

L’unico pareggio della vostra vita da antagonisti?
«E’ stata l’ultima volta che ci siamo visti. Comunque, incontrandolo a San Siro, non mi pareva che le sue condizioni potessero precipitare. Era come sempre scherzoso».

Ci tolga una curiosità: ma secondo lei Berlusconi era davvero di destra o non piuttosto un monarchico-anarchico o uno strano tipo di libertario?
«Non era di destra come dottrina. Ma era di destra come proposte concrete e reali. Aveva obiettivi e legami pragmaticamente schierati a destra».

Come ultima impresa, sul serio voleva andare al Colle?
«Non lo so. Queste sono cose che si dicono solo in confidenza e tra di noi non c’era la confidenza sufficiente».

Ora che cosa accadrà in Forza Italia, partito da lui fondato, in lui identificato e considerato imprescindibilmente dipendente dal suo carisma e dalla sua storia? 
«Comincerà una naturale lotta per la successione, che è difficile da prevedere considerando che non sembra esserci nessun successore veramente designato e non ci sono in Forza Italia regole e prassi che possano indicare chi e in che modo sarà il continuatore di Berlusconi».

A meno che non finisca tutto?
«Certo, l’eredità di Berlusconi è assai complicata. E chiunque arriverà, se arriverà, non sarà mai la stessa cosa. Perché quando viene meno il fondatore di un partito così personale è difficile prevederne gli svolgimenti».

Lei, parlandone così, ha dato un giudizio molto cristiano sulla persona Silvio.
«La sua morte mi colpisce profondamente e sono molto vicino a lui, ai suoi familiari e ai suoi più cari».

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