Marco Mengoni: «Ora sono cresciuto e faccio di testa mia»

Venerdì 30 Novembre 2018 di Marco Molendini

«Ho trent’anni, ma sono già stanco» canta Marco Mengoni nel suo ultimo coloratissimo disco, dal sapore molto latino. C’è un po’ di civetteria e c’è molto delle esperienze fatte in dieci anni di successo, ma soprattutto le esperienze degli ultimi due, fra viaggi avanti e indietro sull’Atlantico per raccogliere spunti, suggestioni, idee. È stanco, il ragazzo di Ronciglione, ma a pesare non sono tanto i 30 anni che busseranno alla porta la notte di Natale, ma piuttosto quelle formiche nella testa di cui parla in un altro pezzo. Uno stimolo continuo da cui nasce questo nuovo album, chiamato non a caso Atlantico (oggi in uscita), con tutti i suoi sapori e argomenti. Un disco che si potrebbe dire adulto, accompagnato dall’idea un po’ megalomane di costruirgli attorno una sorta di Mengoni festival a Milano, la città dove vive, tre giorni di iniziative, da oggi a sabato, compreso l’improvvisato concerto dell’altra notte fra i binari 10 e 11 della stazione. 
Marco, Atlantico si chiude nel pezzo finale, Dialogo fra due pazzi, con quel tormentone che ripete: «C’è un formicaio nella tua testa». Ovviamente la testa è la sua. 
«Si, le formiche le ho da parecchio tempo. Sono uno stimolo a a fare sempre i conti con me stesso».
 

 

A dieci anni da X Factor può dire di essere soddisfatto di se stesso?
«Beh....diciamo che sono soddisfatto di questo disco, che è un contenitore di tante cose, frutto di due anni di viaggio fra Stati Uniti, Caraibi, America del sud. Ho vissuto due mesi a New York, dove mi sono sentito solo come un cane, ho studiato lo spagnolo, mi ha conquistato l’idea di poter utilizzare l’allegria ritmica del mondo latino accostato a testi drammatici. Una volta rientrato mi sono chiuso con Fabio Ilacqua fra le montagne leggendo e lavorando sui tanti appunti che ho portato. Ne sono uscite 23 canzoni e ne ho scelte 15».
 

Fra le tante star uscite dai talent, lei è l’unico ad aver cambiato pelle musicale più volte.
«Ho fatto tutto e sempre di testa mia. Dopo X Factor, le vendite di Re matto e 74 date del tour la strada segnata era di seguire quella via del successo. Invece sono uscito con un disco da matti, Solo 2.0. Poi sono andato avanti respingendo sempre le pressioni, tanto so che mi dicono che sono matto».
A proposito di pazzia, si fa il suo nome per Sanremo, a 6 anni dalla vittoria con L’essenziale.
«Per la gara basta, ho dato. Ho un’idea, poi vediamo che succede».
A sorpresa in uno dei pezzi più riusciti e piacevoli, La casa azul, risuona la voce maestosa di Adriano Celentano. Come le è venuto di chiamarlo? 
«Quella canzone è un omaggio a Frida Kahlo e alla sua vita coraggiosa: aveva bisogno di una voce importante. Così ho mandato il file a Adriano che ha detto subito di sì. Solo che poi non l’ho più sentito, la sua registrazione è arrivata a due ore dalla chiusura del disco». 
Ci sono altri due omaggi a personaggi che appartengono a epoche lontane dalla sua, Muhammad Alì e Amália Rodrigues.
«Mi interessava proprio questo. Perché, a volte, mi è capitato di parlare con miei coetanei che non sapevano nulla neppure di Michael Jackson o Prince. E poi se Amalia è la gran voce del fado, Muhammad Alì è stato non solo un eroe dei suoi tempi ma anche un precursore nella comunicazione».
Oltre a Celentano ci sono altri ospiti, la brasiliana Vanessa Da Mata e Tom Walker.
«Finora avevo quasi paura a confrontarmi con altri, anche se cantare con Lucio Dalla, come feci in Meri Luis, vince su tutto».
Atlantico esce anche in spagnolo: cova ambizioni internazionali? 
«Mi piacerebbe, ma facendo un lavoro serio. Farò dei concerti». 
Intanto in Italia i concerti si sono moltiplicati come i pani e i pesci del miracolo. 
«Parto il 27 aprile da Torino. A Milano le date sono diventate tre a Roma due, 8 e 10 maggio al Palalottomatica». 
Perché niente stadi? 
«La corsa allo stadio è un’esigenza che non sento. E poi se faccio gli stadi ora fra altri 10 anni cosa faccio?». 

Ultimo aggiornamento: 11:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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